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24.7.10

Infrastatica degli aromi

La differenza fondamentale tra la Fiesta© e il Buondì© consiste nel fatto che, ove si ripongano dei libri nelle scatole vuote dell'una e dell'altro, a mesi di distanza succederà che, estraendo i libri dalle scatole dei mottini (1) quelli che alloggiati nelle scatole di Buondì© odoreranno di carta, i primi, invece, odoreranno di Fiesta©. La qual cosa effettivamente rende la Fiesta© il mottino più simile al gorgonzola tra tutti i mottini in commercio.



(1) mottino, s.m., -i, reg., per eponimia, merendina. etim. Da 'Motta'©, le cui merende confezionate, i 'Mottini' appunto, segnano l'immaginario popolare in Sicilia e spec. nel palermitano (cfr. immagine allegata).

http://www.dimenticatoio.it/images/f/f3/Mottino.gif














(e, per favore, si noti il bambino con il "cappello da muratore")

28.6.10

Lettera aperta ai miei coinquilini

Care,
come forse avrete notato, mamma da qualche settimana ha un lavoro e trascorre moltissime ore fuori casa. Quando torna, inoltre, spesso è stanca.
Siccome oramai siete cresciute e presto, si spera, andrete a vivere da sole, è opportuno che vi ricordi alcune norme fondamentali non per essere delle brave casalinghe, ma per alleviare le terribili sofferenze alle quali comunque saranno sottopost_ quant_ decideranno di stare al vostro fianco in futuro.

Iniziamo da alcuni chiarimenti terminologici:
- "pulire la cucina" non significa riporre le stoviglie asciutte e togliere le briciole dal tavolo. Queste due azioni, separatamente, si chiamano "rassettare" e "spolverare". Aumentare il numero di superfici che spazzolate o spolverate, aggiungendo ripiani, mobili e i pomelli dei pensili, è sempre spolverare.
Avrete effettivamente pulito la cucina quando avrete spazzato in terra e poi passato il mocio.
Di solito per spazzare in terra è utile spostare le sedie. Inoltre, il carrello con i taglieri è dotato di ruote: portarlo in corridoio per far sì che si possa pulire anche accanto al secchio della monnezza non dovrebbe risultarvi eccessivamente faticoso.
Lo so, siete marxisti e amate la lotta. Siete anche antisviluppisti e anzi siete per la decrescita, quindi biologico quand'è possibile. Ma le orde di formiche e scarafaggi che si nutrono dei residui di cibo accumulati negli angoli non possono, in alcun modo, ve lo garantisco, essere rubricate alla voce "lotta biologica". Anche perché le muffe che poi ci crescono sopra prendono il sopravvento e ci egemonizzano. E quantunque il loro colore possa ricordare certe uniformi sovietiche, la tendenza delle muffe a sfruttare l'ospite fino all'osso indica chiaramente che il loro trionfo non coinciderebbe in alcun modo con il socialismo reale.

- Mi è assai chiaro che a voi i bicchieri stanno particolarmente antipatici. È infatti noto che qualsiasi recipiente per l'acqua più piccolo di una tazza da noi stenta a sopravviere, con difficoltà simili a quelle che incontrano i cristalli quando nei paraggi c'è il proverbiale pachiderma - e non sto in alcun modo facendo riferimento alle vostre forme aggraziate. Ma "sparecchiare" non è verbo che abbia in alcun modo nessi con la simpatia, chiaro? Quindi ad esempio le tazzine del caffè e i bicchieri del pranzo, benché io li possa anche gradire come prova del fatto che avete mangiato e non vi siete trascurate, sarebbe opportuno farli almeno arrivare al lavello {tanto poi restano lì e vi garantisco che apprezzo lo stesso}.

- Luca, tesoro, la TUA tazzina, quella che ci manderà tutti in bancarotta per quanto zucchero metti nel caffè, necessita terribilmente di essere messa nel lavello e magari inumidita un po'. Te l'ho ripetuto privatamente spesso, speriamo che in pubblico funzioni: LO ZUCCHERO NON EVAPORA, è inutile che ripeti l'esperimento tutte le mattine. Quel bastardo sta lì e solidifica in un crostone di zucchero misto a caffè. Verso le 19.55, quando voglio cucinare e devo prima lavare, la cosa è sommamente irritante - e se finora non ho mai provato a lavarla con il tuo sangue è perché so che ci devi avere tanto di quello zucchero in vena che le cose potrebbero solo peggiorare. Ma per sfinimento potrei fare comunque un tentativo.

- I sacchetti della spazzatura sono sacchetti della spazzatura. Non cornucopie. Inoltre, a differenza di una cornucopia, un sacchetto della monnezza traboccante non presagisce niente di buono.

- I cassonetti sono in via dell'aeroporto, oltre la banca e prima della gelateria*. NON accanto alla porta di casa.
*sì, li hanno spostati; lo so, non ve ne siete accorti.

- Lasciatevelo dire: il vostro interesse per il collezionismo maschera chiaramente una forma patologica di horror vacui. Se proprio non volete speraravi dai turaccioli del vino, dalle confezioni di lenti a contatto e, soprattutto, dagli onnipresenti pacchetti di sigarette iscariotamente vuoti, almeno provate a disporli elegantemente insieme. O comunque insieme - anche poco elegantemente. Al di là del dubbio gusto, infatti, collocarli in ogni interstizio vagamente idoneo, tipo lo spazio tra i vasetti di spezie o quell'angolo così inspiegabilmente attraente tra il barattolo dello yogurt e il microonde, è proprio una rottura di coglioni. Tanto oramai siete maggiorenni e vi posso dire la verità: l'uomo nero non esiste, e non cercherà di sbucare da lì dietro. Quindi è inutile che tappiate tutti gli spazi con quei minchia di pacchetti di sigarette!!!

- No, lasciarli sul tavolo non è la soluzione. L'uomo nero è dentro ai pacchetti di sigarette vuoti. E il modo migliore di liberarsene è schiacciarli e buttarli con la carta.

- Non mi è ancora ben chiaro che tipo di relazione intratteniate con la tovaglia. Non la usiamo mai, tranne che quando abbiamo ospiti. E dopo che la si usa resta lì, come se non potessimo sostenere la vista di un tavolo svestito. Poi improvvisamente scompaiono perché Gianlu deve soddisfare il bisogno irrefrenabile di sciogierle in candeggina. Vi prego di interrogarvi su questo tema e fornirmi qualche indizio affinché io capisca.

- E per concludere il quadro psichiatrico, vi inviterei a prendere seriamente in considerazione il disturbo estetico che vi porta a confondere i barattoli e le bottiglie. Mamma usa i barattoli per metterci dentro caponate, marmellate e preparazioni varie. Ma siccome non distillo liquori le bottiglie di vino è inutile che le conserviate. Il dramma è che quando inizio a fare conserve improvvisamente qualsiasi cosa di vetro viene immediatamente considerata riciclabile. Sì che sono ingrassato, ma non mi si può ancora scambiare per un'isola ecologica, diamine!

- Benché le recenti finanziarie possano avervi indotti a credere il contrario - la qual cosa mi stupirebbe comunque non poco, viste le vostre competenze in economia - le bollette non si pagano da sole. Né evaporano.

- Ma le tazze usate e poi schierate quotidianamente sul bordo del lavello sono messe lì in punizione? Se sì, la vostra è una forma animismo domestico? Giocate a fare la maestra severa con le tazze? Le mettete in riga perché volete fare gli ufficiali? Se no, quale disturbo vi impedisce di metterle dentro?

- Gianluca, tesoro, io apprezzo molto i tuoi sforzi e le tue capacità culinarie. Sono sinceramente soddisfatto, come madre, delle tue preparazioni. Mi si riempie il cuore di gioia quando addirittura riesci a lavare la cucina dopo avere cucinato. Il fatto che però il piatto o la teglia dove stava quello che hai cucinaro resti sudicio fino all'utilizzo successivo è un dispetto?
Ah, magari quando metti il sesamo, per favore, chiedi e ti si dà una mano: lo spargimento con tremarella dà esiti sorprendenti. E tutti gli esiti sorprendenti si stanno lentamente accumulando sotto la lavatrice.

- Sebbene io comprenda quanto la cosa possa apparire ai vostri occhi degradante e svilente, purtroppo il nostro bagno non si trova in una dépendace. Bensì è parte della casa. Quindi, dopo avere realizzato che quando ne varcate la soglia non vi state in realtà teletrasportando chissà dove ma, appunto, ne state solo varcando la soglia, potreste anche valutare l'ipotesi di lavarlo. A tale proposito, io capisco pienamente la finezza di questa mise en abyme, ma la vasca da bagno non è, a sua volta, un'extradimensionalità nell'extradimensionalità, quindi quando pulite i sanitari dovreste pulire anche quella.
Poscritto sulla vasca: non pretendo che puliate la tenda, per carità, non sia mai. Ma se ogni volta che finite di farvi la doccia raccogliete la tenda come se per uscire dalla vasca vi ci volessero tutti i due metri di spazio - cos'è, una disciplina olimpica? fate l'uscita carpiata con un avvitamento e mezzo? - e poi non la lavate mai, finisce che crescono le muffe anche lì. Che poi è esattamente il motivo per cui lo scrivente passa periodicamente a tendere la tenda. Perché, a differenza dello zucchero e delle bollette, l'acqua EVAPORA, quindi la tenda s'asciuga. E voi avete mai visto le muffe crescere all'asciutto?
(No Luca, quelli sono cactus)

- Ma i pacchi di pasta aperti in cima al pensile di Gianluca, dove le tarme stanno banchettando e moltiplicandosi come mormoni nello Utah, sono un ricordo di quando c'era la Virgi? Io li ho notati solo stasera, ma ho un terribile presentimento - e no, col cazzo che li tolgo: con il nugolo di bestiacce se la vede uno di voi, mamma ha da lavorare e si stanca a salire sin lassù.

- Per quanto tentiate, nessuna delle muffe che si sviluppano sui cibi abbandonati in frigo evolverà mai in uno psicanalista di fiducia col quale parlare nei momenti di solitudine. Il vostro esperimento è viziato all'origine: uno psicanalista, notoriamente, è qualche scalino evolutivo al di sotto di quello delle muffe. Quindi nessuna evoluzione può portare ad uno psicanalista. Quelli circolanti sono infatti veri e propri fossili viventi, tipo gli squali - in una parentela che si rende evidente nelle loro tariffe. Perciò non vi chiedo lo sforzo di buttare i vegetali in avanzato stadio di ammuffimento, ma vi incito a maggiore prigrizia affinché compriate meno.

- Luca, Elisa ha una lavatrice, noi no. Vedi tu dov'è che ha più senso sfogarsi lavando i piatti (e rompendo i bicchieri).

- Nel bagno basta entrarci. Non è necessario fare irruzione.

- E viceversa quando uscite.

- Perché quando io mi chiudo in bagno uso la chiave e voi invece sbarrate un chiavistello arrugginito? E, soprattutto, ma dove minchia è 'sto chiavistello?!

- La vostra passione per gli esperimenti si arresta inspiegabilmente davanti al fischio della manopola dell'acqua fredda del lavandino del bagno. Perché? Davvero, perché? Quanto tempo ci metterete ad accorgervi che quando parte quello stridore infernale non riuscirete a ridurlo chiudendo un po' il rubinetto? Infatti - vi svelo il segreto - quando chiudete un po', il rumore si fa solo più acuto, quindi più insopportabile. Basta invece che apriate di più, e poi chiudete. È facile, lo giuro. È bastato sperimentare un po'. O voi fate esperimenti solo con le muffe?

Infine, vorrei ricordare un caro estinto - per lo meno estinto nella vostra percezione. Quella cosa che calpestate quotidianamente quando entrate e uscite di casa e quando vi spostate da una stanza all'altra, meglio nota come corridoio, non ha meno dignità delle altre stanze solo perché non è teatro dei vostri amplessi. E anche lui, ogni tanto, vuole essere scopato.

Con affetto,
mamma

31.3.10

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulle attività sessuali (*)

come promesso, ecco qui la recensione al libro di Flavia Monceri. Magari domani la espando e miglioro un po', solo per voi ;-)

(*ma proprio non sapevate a chi chiedere)

22.10.09

-8 Library!®

L'avevamo annunciato qualche tempo fa, in uscita,

Pazienza, tenacia, aggressività, brutale violenza, menomazioni gratuite, handicap fisici, insensatezza, follia e morti misteriose si celano dietro a...

Library!®
il lato oscuro dello scaffale compatto
Sei pronto ad affrontare la calca della Distribuzione?

In un labirinto di logica e corridoi neoclassici, tra seminterrati proibiti e micidiali schedari, gli utenti sono alla ricerca dell’Opera, da agguantare prima degli altri in un’affannosa corsa contro il tempo, dove tutti giocano contro tutti. Orari impossibili e uffici folli, sotto la cappa soffocante di un’inflessibile burocrazia stalinista.

Ambientato nella cupa Firenze del XXI secolo, Library! è un gioco di ruolo basato sulla paranoia, denso di emozioni forti, adatto solo a giocatori esperti e dotati di nervi d'acciaio.
Una piazza desolata.
Una cancellata imperiale.
La facciata, di un'ocra incombente.
E dietro a tutto questo, l'incontro fatale con la plastificatrice. Se accetterai la sua sfida non potrai più sottrarti al soffocante abbraccio di Library!
Library! è un intrigo culturale in cui chiunque può provare a impersonare l'Utente. L'Utente affronterà enigmi e pericoli di ogni sorta per arrivare al suo unico obiettivo: l'Opera. Mostri e violenze si celano dietro ogni angolo, sicari assoldati dalla potente Burocrazia Culturale, che come un'eminenza grigia muove le pedine di un gioco che ha per posta la stessa salute mentale dell'Utente.

come pasuord le metto unoduetrequattro va bene? poi va su uorduemilasei e se la cambia
Tutte le informazioni di gioco sono contenute nella tessera del personaggio. L'uso della tessera ti consentirà di passare di livello in livello, ma sappi che se proverai ad entrare in livelli proibiti sarai costretto a vagare senza requie per i corridoi gelidi della Biblioteca.

come pasuord le metto unoduetrequattro va bene? poi va su uorduemilasei e se la cambia

ritiri pure la schedina dalla plastificatrice, quando esce è pronta
I primi indizi sono nel Catalogo - il cartaceo, dove i pollini-mummia sono pronti a maledirti e trasformarti per sempre in un burattino starnutino, e l'elettronico, per consultare il quale dovrai vincere ripetuti scontri corpo-a-corpo con l'instancabile trackball incollata.

è uscita, non vede? guardi, lì, quella linguetta trasparente, l'afferri

Ma il cuore di Library! si schiuderà solo davanti all'Enigma della Richiesta. Leggi tutti i tuoi diritti! Clicca al posto giusto! Compila il modulo cartaceo! Sbaglia un solo passaggio e sarai costretto a ricominciare daccapo.

no, no, prima vada lì e posi la borsa nell'armadietto, poi ripassi da qui, ma non passi dentro il metal-detector, da lì ci deve passare quando esce, non quando entra, però prima venga qui perché dobbiamo segnalare che lei entra già con altri libri, poi strisci il codice a barre finché non viene il verde

Dalle porte asettiche e ospedaliere del Catalogo, attraverso l'Enigma della Richiesta, sarai condotto al Moratorium della Distribuzione. Qui, gli Utenti giunti prima di te vivono in uno stato di animazione sospesa e alienazione. Sono pericolosi pazienti psichiatrici sedati. Sono accaniti giocatori del lotto in attesa della prossima estrazione. Sono devoti supplichevoli inspiegabilmente funestati dall'ira divina.

no, guardi, se lei ha chiesto l'opera in lettura, non può prendere poi l'opera in prestito. Intanto, è iscritto al prestito? No? Allora alle 11 si iscrive al prestito, se glielo fanno fare, sa, chieda se i libri che vuole sono in prestito, se lei li può prendere, poi, tra mezz'ora, prenda i libri in lettura, e domani o un altro giorno ripassa per prenderli in prestito.
Eppure sono come te. Sono quello che tu diventerai per la prossima mezz'ora, per un'ora, per centoventi minuti o fino a quando, allo scoccare del bip, anche il tuo CUF apparirà sullo schermo come una chiamata celeste e liberatoria. Sarai eletto al banco. Avrai accesso, finalmente, all'Opera... che resta dov'è se non fornisci all'ufficio Prestito dei motivi burocraticamente validi per prendere il libro in prestito, e comunque puoi ripassare domani, perché noi si deve levare il cartellino che dice che il libro è in consultazione e metterci quello che dice che il libro è in prestito.

Mi raccomando, torni con questo qui che le do, perché ci va questo nello scaffale dove prendiamo il libro, ha capito?

Firenze, XXI secolo dell'era volgare. E nessuna guerra atomica si è ancora scatenata.

13.8.09

-11 Post a vanvera (sei sempre a un link dalla solita lurida checca)

Prima o poi pubblicherò un libro di racconti per il solo gusto di intitolarlo "Il libro omonimo", così ogni volta che verrà citato il racconto, non so, "Giacomo Bonfiglio, musicista" diranno che è tratto dal libro omonimo, e la gente penserà che io abbia scritto tanti libri quanti racconti.
Lo so, l'hanno già fatto i Powerillusi con un CD, ma appparte che chi siano i Powerillusi lo sappiamo solo io e le Sorelle Bandiera, va detto che con i libri di racconti il trucco funziona meglio, perché i libri di racconti prendono spesso il titolo da uno dei racconti ivi contenuti.
Premessa questa impellente astrominchiata su cui meditavo sotto gli oleandri rosa che mi separano dalla coop (*), passiamo a un'altra.
Sempre per la serie frammenti di autoanalisi, oggi riflettiamo sul drammatico fallimento sociale dello scrivente e sulla sua drammatica e perversa repulsione per qualsiasi cosa abbia a che fare con la riconoscibilità, la tracciabilità, la ripercorribilità e in definitiva quell'ingrediente chiave del successo nel mondo capitalista che è l'autorialità.
Oggi, care le mie siculotte {scusate, Zero ha i sorcini, Scotti le letterine, anellidifumo gli anellidi, vorrei capire perché non posso avere delle fantastiche siculotte [madonna avrà i madonnari? no, perché i groupies di madonna si chiamano froce(***) under25inside™ (e anche outside giacché, come per la sacra sindrome, solo lo studio dei pollini fossili intrappolati tra le pieghe dei loro villi rettali potrà fornire indizi utili a collocarle nel tempo - sempre che altri indizi non rivelino che quando parlano della loro ex-amica Elisabeth intendono proprio Elisabetta Prima, "ex-" solo in quanto cadavere, perché loro non ci hanno mai litigato: non c'era msn!)]} oggi, dicevo... ma secondo voi, visto che ho così tante personalità, quando mi interrompo ho il diritto/dovere di arrabbiarmi con qualcuno?
Insomma siculotte mie, oggi si fa sociologia improvvisata da quattro soldi. In breve, la storia è che stavo esplorando il significato di questo messaggio inquietante che mi appare sulla bacheca di Blogger e che dice che ho un lettore fisso. Trattasi di Oscar. Navigo un po' gli altri blog di cui Oscar è un lettore fisso, e bon, morta lì.
Senonché poi leggo anche i commenti all'ultimo post di finOcchio e, a parte il solito larvotto, clicco su questo Gipris, e pare che sia un niuiorchese. Senonché clicco sul profilo sperando di vedere un po' meglio la foto di 'sto tizio che mi era parso discreto (frattento avevo scoperto che sta a Firenze) e ci trovo che ha due amici, di cui uno è uno dei blogger seguiti da Oscar, tale Marmoezucchero.
Il mondo è piccolo e le froce che si leggono a vicenda online sono sempre le stesse. You're just one click away from the closest queer. Non si scappa. All'epoca di TheDutchess mi trovai a scoprire il blog del fu nadir-motel, da cui poi esseri virtuali a cascata, in una struttura quasi chiusa che partendo da VanityHair e passando per senhal e insy_loan (che linka marmoezucchero) arriva a larvotto (che ha un trombi come goodasyou e che linka elfobruno, castellidirabbia, un cacciatore di orsi fiorentino che si chiama labinero e ha profili sconci in tutti i siti di profili sconci, e il solito marmoezucchero) e il fu alebino, tornando su anellidifumo, che poi è il blog preferito della bidella del forum di gay.tv. Praticamente tutti costoro linkano finOcchio, che li linka a sua volta. E goodasyou linka los tres novios che linka gattopesce che è linkato da VanityHair, che mi aveva intravisto in qualche commento a nadir_motel e aveva preso a commentarmi fisso ma con il quale ci siamo persi di vista quando ho dismesso i panni di TheDutchess - che, per chi se lo sta chiedendo cercando da qualche giorno cose come "dutchess vocabolario" e affini, è un'inesistente femminile di Dutch, termine inglese per gli Olandesi, che mi sembrava appropriato in quanto all'epoca stavo ad Amsterdam e inoltre si legge quasi come duchess, duchessa.
MA QUANTO CI PIACERA' A NOI FROCI LEGGERE I DIARI DI TUTTI GLI ALTRI FROCI?
Ci piacerebbe forse meno se leggere quello che fanno gli altri non fosse sinonimo di farsi i cazzi degli altri?

Ora, a parte una necessaria riflessione sui nomi dei blogger - da qualche parte c'è anche blu di metilene, una specie di antiparassitario per itticoltura; attendiamo Permanganato di potassio, il blogger altrimenti noto come tetraossomanganato (VII) di potassio - direi che ci vorrebbero le seguenti cose:
- una bella mappa, così vediamo quanto siamo vicini vicini vicini
- un'analisi stilistica e delle ricorrenze, così scopriamo che, con una, stabile eccezione, scriviamo tutti le stesse cose (Madonna&popstar, abbigliamento, colloqui di lavoro, rapporti erotici e/o sessuali, politica gay rivendicazionista del mio non dico cosa ché sennò s'offende), con la stessa (falsissima) autoironia del menga, gareggiando a chi è che trova le frasi e gli accostamenti più sbellicosi
- la dimostrazione psicanalitica che oltre la metà dei commenti che circolano sono, in realtà, pompini

Cioè, minchiazza lurida, è un paesino popolato da cloni narcisisti o che?
Ok, okay, ora la smetto di tirare proterve secchiate di varechina. Però aveva ragione quella santa donna di Ol'ga Rozanova. O sarà che l'ho letta che ero troppo giovane e mi sono fatto definitivamente traviare. Fatemi finire di sfogare, dunque. Non pretendo che ciascun blog abbia una cifra. Non pretendo che ognuno faccia lo specialista di qualcosa, né che si finga di non essere, in ultima analisi, comunità. Ma mentre rivendico il mio diritto a non essere riconoscibile mi accorgo di stare su un satellite, di orbitare lontano da questa specie di pianetino dove tutti bene o male si conoscono e dal quale io mi ritraggo ma attorno al quale comunque orbito. Non voglio essere riconoscibile come "facente parte di...", perché poi scatterebbe l'adeguamento al canone, la normatività del dover fare le cose in un certo modo in quanto "facente parte di...". Né tantomeno voglio dipingere cento volte lo stesso quadro, dare sempre le stesse pennellate, allo stesso modo, con quello che è uno stile riconoscibile. Cercare di essere, semmai, riconoscibile per una tensione a cambiare il modo in cui faccio le cose sarebbe da complessati di superiorità? Sarebbe autoingannarsi e credere di superare i limiti?
(Cambiare pelle/blog in questi anni mi ha fatto andare in questa direzione?)

(*) All'andata; al ritorno pensavo che i servizi segreti cinesi devono essere fòrti assai e particolarmente segreti, visto che non so manco come si chiamano. Altro che KGB! Anche perché provate a ricordarvi Guojia Anquan Bu, abbreviato in Guoanbu. E poi provate a dire "Da Ouagadougou a Guoanbu www mi piaci tu(**)", etc...
(**) La prima parte riprende da Rimini a Ouagadougou, di Lu Colombo, che è quella di Maracaibo. La seconda è dei Gazosa, scoppiettante successo pop estivo succeduto al premiato singolo sanremese Stai con me (forever) - perché Sanremo è Sanremo? (adesso rileggete la frase sibilando come vipere)
(***) Ma secondo voi, se chiedo alla Crusca "Il femminile plurale di frocio è froce o frocie?", mi rispondono?

1.8.09

- 13 La chiave/2

Ieri ho giurato che oggi avrei formulato la domanda alla risposta. Oggi, dopo attenta considerazione, ho ritenuto che il tempo e lo spazio comunque non sarebbero stati sufficienti.
Diciamo che, nella produzione di una mappa necessaria all'autosmerdamento, dobbiamo recuperare almeno due punti.
Il primo punto è Florence Carlo, un'arrabbiata - quanto improbabile - cittadina americana invischiata in problemi di ADSL che hanno misteriosamente incrociato la vita di CC, un rigattiere sardo-pisano. La storia di Carlo (CC) e Florence (Carlo) la dovete leggere qui.
Un secondo elemento rilevante - e per oggi ci fermiamo a due, ché mi sembrano già impegnativi - ve lo riporto per intero.


Questo argomento sulla RU486 era stato riportato già qui. Il titolo è eloquente. I nessi li scopriremo nelle prossime puntate...

26.4.09

-14 Giacomo Bonfiglio, musicista

Giacomo Bonfiglio le stazioni le conosceva tutte. La sua preferita era San Nicola – Tonnara: due binari arrugginiti sulla Palermo-Messina, una pensilina color zafferano adornata da qualche pala di fico d'india, il solito sottopassaggio, ma largo la metà, l'abside malamente intonacata della chiesa e due altoparlanti gracchianti, che a sentire lui li aveva messi lì Garibaldi e venivano nientemeno che dalla Leopolda di Firenze, quando l'avevano dismessa.

A San Nicola – Tonnara non c'era neppure la campanella che avvertiva dell'arrivo del treno, e i passeggeri scendevano su uno sterrato, scavalcavano il binario e s'imbucavano nel sottopasso per uscire. Ma per lui era l'apoteosi.

Innanzi tutto, il nome. Il nome era una cosa grandiosa. San Nicola fa forse ottocento anime – ma residenti, ché presenti manco la metà –, frazione di Trabia. Il nome completo è San Nicola l'Arena. No, arene romane nessuna. Assai assai se c'era, in cima a un dirupo, una torre normanna mezza diroccata, che prendeva il nome dall'albergo fuori paese. “Affioramenti ipogei”, li chiamavano ai beni culturali. Per i non addetti, quattro balatoni di tufo impiccicati con la sputazza. Per i locali, schietti ma solo mediante doppia figura retorica, “il Settebbello”. Ma siccome lì c'è la tonnara, allora San Nicola – Tonnara. Come Torino – Lingotto, ma senza Torino Porta Nuova.

E poi, la cornice. Marittima. Ma senza il mare, si capisce. A San Nicola la stazione stava sul retro, defilata. C'era la chiesa, la statale, il banchi del pesce, il campo di calcetto (“lo stadio”), quattro case rosa invecchiato con più gerani alle finestre che cristiani dentro, la straduzza, la battigia e poi, forse, anche il mare.

Ci si era fermato per la prima volta nel duemilaquattro, per affiggere l'orario estivo. Verso Palermo, un treno ogni ventitreesimo minuto delle ore pari. Verso Termini Imerese, un treno ogni primo minuto delle ore dispari. Le rette parallele che delimitavano l'universo ferroviario di San Nicola s'incontravano lì, in questi due estremi longitudinali. A Sud, nespoli interrotti da canne e oleandri, a Nord il Tirreno, invisibile e geograficamente avaro di tramonti sul mare.

Per lui era la sintesi del pubblico in Sicilia: in secondo piano, sgarrupato e utile solo a ore alterne. Un posto per gente che della pazienza ha fatto croce e virtù. A San Nicola-T. non c'era un ingresso, non c'era la biglietteria e manco lo schermo. C'erano solo il foglio giallo delle partenze e una macchinetta automatica un po' scassata, per turisti ostinati. In effetti, era una stazione vecchia. Giacomo Bonfiglio aveva un criterio tutto suo per distinguere il vecchio dall'antico: il secondo piano. Tutte le stazioni antiche hanno questo luogo un po' insensato che è il secondo piano. Che a giudicare da certi atrii sembra solo un elemento della facciata, ma poi capisci che ci sono delle stanze, e non puoi fare a meno di chiederti che ci sia dentro, cosa succede al secondo piano di una stazione?

A San Nicola-T. questo problema non si poneva. Il vero mistero era un altro. Bonfiglio ci ebbe a che fare un anno dopo, quando fu mandato lì a sistemare gli altoparlanti. Nel frattempo infatti si erano accorti della sua laurea e l'avevano promosso da manutentore ordinario a tecnico degli impianti acustici. E lui, modestamente, gli altoparlanti li faceva cantare. Ma quelli di San Nicola-T. no, perché non si riusciva a trovare dov'era la centralina per programmarli. Un bel giorno la voce meccanica che annunciava il treno regionale proveniente da Palermo e diretto a Termini Imerese in partenza dal binario due era scomparsa. Per fortuna era scomparsa anche la fermata a tràbia, che non si poteva sentire da quant'era stonata rispetto all'ovvia Trabìa – che si scrive con una sola b ma si pronuncia con due.

I cavi finivano nel cemento asfaltato del marciapiede e non c'era progetto che dicesse dove proseguivano. Quello che ci aveva messo mano l'ultima volta si era portato il segreto nella tomba e nessuno, ovviamente, ricordava dov'è che avesse lavorato. Era una bella gatta da pelare, e Bonfiglio ci mise qualche giorno ad avere l'intuizione archeologica che gli consentì di risolvere il problema, con i paesani che lo assillavano e lo prendevano cordialmente in giro, tanto loro a Palermo ci andavano in corriera, mica in treno. La soluzione al quesito erano, alla fine, i cessi chiusi a doppia mandata – quelli pure affioramenti ipogei, ma indisponibili agli amplessi. Quei quattro metri cubi di cemento a due passi dalla pensilina erano l'unica costruzione, e siccome pulirli costava le FS li avevano chiusi alla metà degli anni Novanta. Quando avevano automatizzato l'annunciatrice, i cessi erano l'unico posto dove poter mettere quella specie di computer che aveva solo il compito di comporre e fare partire il messaggio, controllato da remoto.

Così, visto che non stava scritto da nessuna parte né come fare né dove farlo, Bonfiglio si sbizzarrì, e ci mise il messaggio che aveva sempre sognato, finalmente composto nei giorni che gli ci erano voluti a trovare la centralina.

Ai paesani in trànsito annunciàmo

che il regionàle da Palermo Centràle

in questa tonnàra sta per sostàre

e per trabbìa proseguirà.

Al messaggio seguivano le campane della chiesa che battevano l'ora, quindi il fischio del treno. Il paese accolse quest'opera inutile con il godimento ironico con cui si celebrano i prodotti dell'ozio, il tecnico degli impianti acustici fu subito “il musicista”.

Si dimise quando la stazione fu dismessa. Oggi compone partiture per sintetizzatori vocali ma sul biglietto da visita c'è scritto “Giacomo Bonfiglio, battezzato musicista”.

19.11.08

-18 Le spine senza le rose

Nella bottega della gioia ci sta un prestigiatore. Basso che fa anche un po' il buffone, e ride e ride e ride. Il prestigiatore della gioia sorride e ti fa un trucco. E dove non c'era niente appare una rosa, e tu il trucco non lo vedi ma ci credi. Ché la rosa è senza spine, e il trucco - dici - è tutto lì.
Ora io mi chiedo, e chiedo a te, ma le spine dove stanno?
Già.
La rosa senza spine e le spine senza rose.
Mah.
Mi prende la perplessità. Insomma, voglio dire: bisogna controllare, tante volte uno sulle spine ci cascasse. Sai che male? Alla fine mi son messo a cercare, ché dal dubbio non dormivo. Finché una sera, furtivo, aggiro il prestigiatore e quatto quatto nel retro m'infilo.
Stupore!
Delle spine non c'è traccia.
Ohibò, penso, e Alla faccia!
questo è proprio uno stregone,
altro che prestigiatore!
Così però mi prende il timore che lo stregone m'abbia visto coi poteri, gli occhi dietro la testa o quelli di un topo amico tra le pieghe del tendone. Vabbe', mi dico, tanto fuori fanno festa e il danno è fatto: tanto vale pedalare, continuare a rischiare, indagare, spiare e magari riuscire a copiare 'sta magia della rosa senza spine.
È tutto un caos di pozioni e flaconi, fusti e bidoni, casse e cassoni. Ma spine niente. Non una in terra, dietro un fiasco, su di un alambicco, nel pestello. Né però trovo le rose. Magari un petaluzzo, una fogliolina, stami, pollini o boccioli. Niente.
Ma allora ditelo no? è un prodigio! non c'è trucco e non c'è inganno! Signore e signori, lui dal nulla crea le rose senza spine! Due dosi d'ingredienti et voilà, una rosa apparirà.
Ma che usa che usa che userà mai questo stregone? E mi metto lì a rovistare tra i volumi, ci saranno pagine di incantesimi, ricette di magia, apritisesami e abracadabre. Trovo elisir di gioia e fiaschette di godimento, mantelli dello splendore e stoffa delle tasche piene, c'è il minimarket delle meraviglie - per chi se le può permettere, beninteso.
Ma io voglio gl'ingredienti!
Eccola lì, la cassa di ferro vellultato con scritto INGREDIENTI spalancata davanti ai miei occhi mentre lui è fuori a fare i suoi prodigi e intascar quattrini. Piena di barattoli, con le componenti base della magia davanti a me. Li tiro fuori uno dopo l'altro, incredulo, sempre più stupito.
Ecco, il primo, un fluido rosso vivo. L'etichetta dice:
dolore di coppia separata dal lavoro inseguito
E poi nel secondo, a grana fine, polvere di contratto, biancastra e fragile.
Il terzo è grosso e pesante, sembra petrolio ma vibra come un fischietto. Leggo:
distillato di paura nel buio urbano desolato
Col cuore in gola continuo, un barattolo che ronza e fischia e trema sembra vuoto, l'apro. È eco di grida domestiche. Ho i brividi al cuore.
Ci sono fumi di speranze infrante. Nella scatola di legno trovo cuore di mamma, a pezzettini. Ecco brandelli del morto bianco. Stillicidio del degente. Succo di cervello in cattività. Raccolti su uno schermo trovo gli occhi di bambina incantata. E questa lunga striscia, che non capisco che sia... sessanta centimetri di vita.
Ceneri d'accampamento.
Ultima esalazione di pensionato strozzato.
Vapori di risparmi.
Essenza di affetti stroncati.

Eccoli gli ingredienti della gioia dello stregone.
Quante spine per un trucco da prestigiatore.

4.10.08

Favola del Fiorco e della brufagna

C'era una volta, in un paese piccolo piccolo, un villaggio chiamato Mora. Mora era un posticino come tanti altri, pieno di gente che più o meno lavorava, che più o meno stava bene, che ogni tanto litigava ma che in fondo, sotto sotto, si amava. Ma Mora era un po' speciale, perché appena fuori dalle sue mura abitava il Fiorco.

Il Fiorco era tenuto un po' in disparte dagli abitanti di Mora perché era pur sempre uno strano: l'incrocio tra un fiore e un orco è infatti cosa ben rara, si sa. Loro lo avevano in simpatia, e lui in effetti spesso li divertiva e allietava le loro giornate e, soprattutto, le loro serate con piccoli spettacoli e qualche graziosa opera d'arte. Nell'intimo, però gli abitanti di Mora erano un po' diffidenti, perché il Fiorco non gli somigliava affatto: innanzi tutto era un po' più bello di tutti loro, e così i giovani di Mora erano un po' invidiosi, e poi lui ogni tanto scompariva, se ne andava via con altri Fiorchi e nessuno sapeva che facessero insieme. In effetti, era difficile credere che ci fossero altri Fiorchi: a Mora tutti pensavano che il Fiorco fosse solo lui, così quando si allontanava dicendo che andava a trovare altri amici Fiorchi tutti diventavano un po' sospettosi.

Finché il Fiorco un giorno non andò al municipio di Mora e chiese di diventare anche lui un abitante di quel villaggio. Perché col tempo chiaramente il paesino era cresciuto e ora le case erano così vicine alla sua che il Fiorco si sentiva un po' parte di Mora.

La capa dell'ufficio Residenze del municipio era all'epoca la signorina Pompi, Mara per gli amici che la chiamavano per nome. Era lei a seguire tutta la burocrazia degli abitanti, e sin dall'inizio la sua precisione e il suo rigore l'avevano resa famosa: la Mara di Mora era nota in tutti i villaggi vicini per la sua efficienza. Era anche troppo efficiente. Il pescivendolo dovette quasi chiudere perché la signora Pompi diceva che il puzzo del pesce dava fastidio ai passanti, il fioraio dovette trasferirsi vicino al pescivendolo per coprire il suo odore, e infine il farmacista fu messo a produrre calmanti sottocosto per tutti e due. Insomma, presto fu chiaro a tutti che la Mara non solo stava approfittando della sua nuova posizione nell'assegnare alloggi, case e residenze, ma stava anche facendo un gran caos, così fu subito ribattezzata L'Amara Dimora. Nessuno però osò dire niente, perché lei nel frattempo era diventata la preferita di Nato, un tipo così carino e così educato che il suo parere contava moltissimo a Mora e al quale piaceva tutto quell'ordine pensato dalla Pompi.

Quando il Fiorco se la trovò davanti fu preso un po' dallo sconforto. Lei gli disse subito che, essendo dopotutto uno straniero, non poteva diventare un cittadino come tutti gli altri. Era necessario che facesse qualcosa di speciale per fugare i sospetti di tutti gli altri abitanti di Mora. Il Fiorco pensava, pensava, pensava e non gli veniva in mente niente, niente di niente: lui faceva solo spettacoli e opere d'arte! Scrisse un'opera per celebrare Mora, e niente. Dipinse un grandissimo quadro di Mora, e non bastò. Non funzionarono poesie, odi, canti, sculture né tragedie corali alla maniera degli antichi né progetti di palazzi alti come montagne. La Mara gli diceva sempre che non bastava e così il Fiorco era sempre più abbattuto.

Finché non scoppiò un'epidemia di brufagna.

Bisogna dire che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata la brufagna, ma nessuno in realtà se l'aspettava. Le brufagna colpì tutti indistintamente, colpì persino Nato Re (Re era il cognome di Nato, anche se non l'abbiamo detto prima) e tutti i notabili di Mora e nessuno fece più vita. Non era una malattia grave, solo non ci si poteva sedere più. Perché la brufagna faceva spuntare tantissimi brufoloni proprio sul didietro, così fastidiosi e sensibili che il minimo strofinìo era subito un dolore lancinante, di quelli che ti fanno veder le stelle. Tutti, a Mora, dovevano stare in piedi. E si capisce quanto può esser stancante stare sempre in piedi, e quanto s'innervosissero gli abitanti. In poco tempo a Mora erano tutti diventati litigiosissimi. Ma non il Fiorco. Il Fiorco aveva la soluzione, così per ingraziarsi la Mara e avere la cittadinanza andò dal signor Re, così influente, e gli mostrò la soluzione. Non aveva una cura per la brufagna, ma aveva un coso per stare seduti senza poggiare il sedere.

“E come fai?” gli chiese Nato facendo tanto d'occhi.

“Uso questo!”, e il Fiorco tirò fuori un affare di gomma, lungo lungo e con una ventosa per attaccarlo un po' ovunque “Con la ventosa lo attacchi da qualche parte e poi lo stringi fra le natiche, lì in mezzo dove non vengono i brufoloni, così puoi stare appoggiato e non tocchi mai la sedia. Non curerà la brufagna, ma finalmente tutti si potranno riposare!”

“E come si chiama?”

“Boh, gli amici Fiorchi che me l'hanno fatto conoscere lo chiamano dildo”

Nato fu subito entusiasta della proposta, afferrò il dildo e chiamò subito Mara perché gli assegnasse un terreno per una fabbrica. Lei chiese in cambio un accordo e fecero una joint-venture e si costruirono le Re Nato&Pompi Mara Industries e la Pompi-Nato Distribution Ltd., che produssero e distribuirono decine di dildo chiamandoli “DildoRè”, così, tutto attaccato.

In un attimo a Mora non si parlava d'altro che dei DildoRè. Tutti li compravano, ognuno aveva il proprio. Ce n'erano attaccati alle sedie, agli sgabelli, alle poltrone, ai divani e persino ai muri per potercisi appoggiare. Era tutto uno strizzar di natiche. Fu così che, stringi che ti stringi, il muscolo iniziava a dolere, e più il muscolo s'affaticava più si rilasciava, e più si rilasciava più il DilDoRé premeva, premeva lì, proprio lì tra le ch... sull buco del c... be', sì, insomma, avete capito. E la gente di Mora già si stava arrabbiando con Nato e Mara per avergli venduto una cosa che non funzionava proprio, che aggiungeva strazio allo strazio, e Nato e Mara scaricarono subito la colpa sul Fiorco: “E' stato lui ad avere l'idea, lui e i suoi amici Fiorchi che gliel'hanno suggerita”.

E così il Fiorco non ebbe la sua cittadinanza e anzi gli fu detto che era pricoloso per quelli di Mora, e che adesso sarebbero stati ancora più sospettosi. Gli abitanti si tennero la loro brufagna e la loro diffidenza, tutti sempre dritti e sempre stanchi e sempre a litigare. Gli unici che c'avevano guadagnato erano Nato e Mara, che adesso erano ricchi sfondati e se la godevano alle spalle di tutti quelli che avean preso per... i fondelli!