Sharkozy
(c'è già?)
4.5.09
Idea
Pubblicato da
si-culo
alle
11.13
0
commenti
Link a questo post
Etichette: neologismi
3.5.09
"Papi"
La realtà si limita alla fantasia.
Pubblicato da
si-culo
alle
9.45
2
commenti
Link a questo post
Etichette: neologismi
30.4.09
Arguzia
I superkomunisti e i sinistri liberi hanno esibito le liste.
Kompagni e Kompagne, vorrei presentare un emendamento.
Cazzo, candidiamo anche il baratro della politica e l'abisso della storia.
Pubblicato da
si-culo
alle
12.56
0
commenti
Link a questo post
Etichette: beghe di partito OST, prodromi dell'apocalisse
29.4.09
Fini segretario del PD
Veline a Strasburgo? "È tutta una manovra della stampa di sinistra."
Per favore, qualcuno mi dica che cosa sta succedendo ai redattori di Repubblica.it. Ultimamente hanno l'oblio facile. Già quoditianamente non sono il top, ma adesso sembra quasi che li diriga Licio Gelli.
A leggerli pare che i sempiterni comunisti stiano ordendo un complotto mediatico contro Berlusconi. Anche perché la notizia non c'è: Repubblica ripete Berlusconi.
Sarà il caso che qualcuno smentisca che a) FareFuturo è la versione elettronica della "velina rossa" e che b) Fini è la versione senza baffi di D'Alema.
In alternativa gradiremmo un po' d'ironia sul fatto che FareFuturo è, oramai, stampa di sinistra.
Grazie per l'attenzione.
P.S.: Cercansi ruderi nell'Appennino tosco-emiliano
atti ad accumular provviste e allevar maiali, in vista di...
Pubblicato da
si-culo
alle
15.36
0
commenti
Link a questo post
Etichette: partito democratico, prodromi dell'apocalisse
27.4.09
Città puberali
"E' il week end più surreale nella storia di una metropoli abituata ad ogni emergenza, una città che nel suo filosofico convivere con la violenza, la polluzione e i terremoti, è sempre rimasta viva, chiassosa, allegra."
V'immaginate trovarsi una notte in qualche avenida di Città del Messico ed essere travolti da un'immensa polluzione? Altro che bukkake... questi sì che son problemi!
(ma poi, il filosofico convivere con la polluzione... che a Città del Messico tutti abbiano letto Foucault?)
Pubblicato da
si-culo
alle
13.29
0
commenti
Link a questo post
Etichette: neologismi, perle dai porci, prodromi dell'apocalisse
26.4.09
-14 Giacomo Bonfiglio, musicista
Giacomo Bonfiglio le stazioni le conosceva tutte. La sua preferita era San Nicola – Tonnara: due binari arrugginiti sulla Palermo-Messina, una pensilina color zafferano adornata da qualche pala di fico d'india, il solito sottopassaggio, ma largo la metà, l'abside malamente intonacata della chiesa e due altoparlanti gracchianti, che a sentire lui li aveva messi lì Garibaldi e venivano nientemeno che dalla Leopolda di Firenze, quando l'avevano dismessa.
A San Nicola – Tonnara non c'era neppure la campanella che avvertiva dell'arrivo del treno, e i passeggeri scendevano su uno sterrato, scavalcavano il binario e s'imbucavano nel sottopasso per uscire. Ma per lui era l'apoteosi.
Innanzi tutto, il nome. Il nome era una cosa grandiosa. San Nicola fa forse ottocento anime – ma residenti, ché presenti manco la metà –, frazione di Trabia. Il nome completo è San Nicola l'Arena. No, arene romane nessuna. Assai assai se c'era, in cima a un dirupo, una torre normanna mezza diroccata, che prendeva il nome dall'albergo fuori paese. “Affioramenti ipogei”, li chiamavano ai beni culturali. Per i non addetti, quattro balatoni di tufo impiccicati con la sputazza. Per i locali, schietti ma solo mediante doppia figura retorica, “il Settebbello”. Ma siccome lì c'è la tonnara, allora San Nicola – Tonnara. Come Torino – Lingotto, ma senza Torino Porta Nuova.
E poi, la cornice. Marittima. Ma senza il mare, si capisce. A San Nicola la stazione stava sul retro, defilata. C'era la chiesa, la statale, il banchi del pesce, il campo di calcetto (“lo stadio”), quattro case rosa invecchiato con più gerani alle finestre che cristiani dentro, la straduzza, la battigia e poi, forse, anche il mare.
Ci si era fermato per la prima volta nel duemilaquattro, per affiggere l'orario estivo. Verso Palermo, un treno ogni ventitreesimo minuto delle ore pari. Verso Termini Imerese, un treno ogni primo minuto delle ore dispari. Le rette parallele che delimitavano l'universo ferroviario di San Nicola s'incontravano lì, in questi due estremi longitudinali. A Sud, nespoli interrotti da canne e oleandri, a Nord il Tirreno, invisibile e geograficamente avaro di tramonti sul mare.
Per lui era la sintesi del pubblico in Sicilia: in secondo piano, sgarrupato e utile solo a ore alterne. Un posto per gente che della pazienza ha fatto croce e virtù. A San Nicola-T. non c'era un ingresso, non c'era la biglietteria e manco lo schermo. C'erano solo il foglio giallo delle partenze e una macchinetta automatica un po' scassata, per turisti ostinati. In effetti, era una stazione vecchia. Giacomo Bonfiglio aveva un criterio tutto suo per distinguere il vecchio dall'antico: il secondo piano. Tutte le stazioni antiche hanno questo luogo un po' insensato che è il secondo piano. Che a giudicare da certi atrii sembra solo un elemento della facciata, ma poi capisci che ci sono delle stanze, e non puoi fare a meno di chiederti che ci sia dentro, cosa succede al secondo piano di una stazione?
A San Nicola-T. questo problema non si poneva. Il vero mistero era un altro. Bonfiglio ci ebbe a che fare un anno dopo, quando fu mandato lì a sistemare gli altoparlanti. Nel frattempo infatti si erano accorti della sua laurea e l'avevano promosso da manutentore ordinario a tecnico degli impianti acustici. E lui, modestamente, gli altoparlanti li faceva cantare. Ma quelli di San Nicola-T. no, perché non si riusciva a trovare dov'era la centralina per programmarli. Un bel giorno la voce meccanica che annunciava il treno regionale proveniente da Palermo e diretto a Termini Imerese in partenza dal binario due era scomparsa. Per fortuna era scomparsa anche la fermata a tràbia, che non si poteva sentire da quant'era stonata rispetto all'ovvia Trabìa – che si scrive con una sola b ma si pronuncia con due.
I cavi finivano nel cemento asfaltato del marciapiede e non c'era progetto che dicesse dove proseguivano. Quello che ci aveva messo mano l'ultima volta si era portato il segreto nella tomba e nessuno, ovviamente, ricordava dov'è che avesse lavorato. Era una bella gatta da pelare, e Bonfiglio ci mise qualche giorno ad avere l'intuizione archeologica che gli consentì di risolvere il problema, con i paesani che lo assillavano e lo prendevano cordialmente in giro, tanto loro a Palermo ci andavano in corriera, mica in treno. La soluzione al quesito erano, alla fine, i cessi chiusi a doppia mandata – quelli pure affioramenti ipogei, ma indisponibili agli amplessi. Quei quattro metri cubi di cemento a due passi dalla pensilina erano l'unica costruzione, e siccome pulirli costava le FS li avevano chiusi alla metà degli anni Novanta. Quando avevano automatizzato l'annunciatrice, i cessi erano l'unico posto dove poter mettere quella specie di computer che aveva solo il compito di comporre e fare partire il messaggio, controllato da remoto.
Così, visto che non stava scritto da nessuna parte né come fare né dove farlo, Bonfiglio si sbizzarrì, e ci mise il messaggio che aveva sempre sognato, finalmente composto nei giorni che gli ci erano voluti a trovare la centralina.
Ai paesani in trànsito annunciàmo
che il regionàle da Palermo Centràle
in questa tonnàra sta per sostàre
e per trabbìa proseguirà.
Al messaggio seguivano le campane della chiesa che battevano l'ora, quindi il fischio del treno. Il paese accolse quest'opera inutile con il godimento ironico con cui si celebrano i prodotti dell'ozio, il tecnico degli impianti acustici fu subito “il musicista”.
Si dimise quando la stazione fu dismessa. Oggi compone partiture per sintetizzatori vocali ma sul biglietto da visita c'è scritto “Giacomo Bonfiglio, battezzato musicista”.
Pubblicato da
si-culo
alle
16.44
2
commenti
Link a questo post
Etichette: racconti narrazioni cose
17.4.09
-15 Ancora compiti per casa

Vergine (23 agosto - 22 settembre)
(per la settimana del 17/23 aprile)
"Un mio vicino parcheggia sempre il suo pick-up Chevrolet del 1967 ammaccato e arrugginito sulla strada di casa mia. E per questo lo ringrazio: il fascino sgangherato della sua macchina mi aiuta a tornare con i piedi per terra quando il perfezionismo mi toglie l'anima, o quando certi oggetti luccicanti e patinati cercano di ipnotizzarmi per farmi credere che solo loro possono essere considerati attraenti. Nella tua vita ci sono icone del genere, Vergine? Oggetti strani, ingombranti e anomali, ma a modo loro sublimi? Penso che nei prossimi giorni ricaverai molti più vantaggi del solito dal loro influsso."
Oggi parliamo del mio cervello. Un oggetto ammaccato, arrugginito e parcheggiato. Sicuramente strano. Spesso ingombrante. E sarebbe falsa modestia dire che non lo trovi a suo modo sublime. In una delle sei versioni del finale dell'incipit [-> qui], immaginavo un caffè versato direttamente sulle meningi, uno shampoo bollente a cranio scoperchiato. Metaforicamente, mi pare di averne assai bisogno.
Il mio cervello è lento e dorme tantissimo. È prevalentemente dedito ad attività di tipo onanistico e non soffre - ma per insensibilità, mica per benessere. Un cartesiano troverebbe la cosa problematica assai, vedendosi come indistinto dal proprio cervello. Io, che tutto sommato riconosco al corpo una certa rilevanza, potrei cavarmela meglio. Il fatto è che anche il mio corpo è prevalentemente dedito ad attività di tipo onanistico e, per sovrappiù, è anche causa della sua sofferenza, ottenuta mediante irripetibili secrezioni e irritazioni.
La cosa mi crea non poche difficoltà nel riuscire a tenere i piedi per terra, come potete facilmente immaginare. Tutto è fonte di richiamo, tutto è ipnotico. È tutto un "hmm, interessante!", "ah, però", "sì, figo". Non è facile vivere con un cervello completamente scriteriato. Si veda, ad esempio, il mio rapporto con questo stesso concorso.
1. Leggo del concorso, partecipo!, scrivo un incipit.
2. Va come va, si passa (venti giorni di ansia), poi casini e ritardi vari, sfavamento, la cosa finisce un po' nel dimenticatoio.
3. Gli organizzatori rettificano, scrivo freneticamente un racconto che praticamente non mi appartiene più (esteticamente, non giuridicamente) e da oggi riparte l'ansia dei voti, delle valutazioni, dei giudizi etc... la girandola delle incertezze (alla mostra delle banalità, perché, francamente, 6 testi su 21 valgono qualcosa, il resto è aria fritta).
L'aspetto patologico è il rivolgimento senza senso dell'ordine delle priorità. In fondo, medito, se uno finisce con lo scrivere un racconto nonsensical è perché si trova in una condizione di nonsense. Mi verrebbero in mente svariati altri sinonimi per descrivere questa cosa: limbo, impasse, ostacolo, smarrimento, confusione, perdita di orientamento... li scarto tutti. Il mio sublime cervello non riesce a trovare la chiave di volta. Non è un problema di fine, è un problema di struttura. Converrete, penso, che è un po' dura darsi una struttura quando a essere destrutturato è proprio l'organo che dovrebbe dare qualche struttura. Finisco con il subire completamente ogni aspetto della realtà che si presentae che, essendo più strutturato, si impone.
Insomma, è un gran casino. E, a dispetto della vulgata, il casino non è neppure particolarmente queer, essendo il queer metodologicamente perfetto. (Oggi poi ho scoperto che Eve Kosofsky Sedgwik è morta domenica, e non riesco manco a elaborare il lutto)
Proposte? Sono tutt'orecchi.
Pubblicato da
si-culo
alle
0.24
0
commenti
Link a questo post
Etichette: frammenti di autoanalisi, orme anali
9.4.09
-16 Comunicazione non interna
-------- Messaggio Originale --------
| Oggetto: | [networkgiovanipisa] Lunga parentesi di sfogo |
|---|---|
| Data: | Thu, 09 Apr 2009 23:40:12 +0200 |
| Da: | si.culo |
| Rispondi-a: | networkgiovanipisa@googlegroups.com |
| A: | networkgiovanipisa@googlegroups.com |
Non vi turbate per l'oggetto: non ce l'ho con voi.
E' che io studio cose che mi fanno arrabbiare e, ogni tanto, ho anche bisogno di sfogarmi.
Quando riprendo in mano le conferenze politiche di Bourdieu poi, divento una furia.
Infine, come sapete, è stata una settimana dura (e siamo solo a giovedì!).
Leggevo or ora qualche mail arretrata che mi ero appuntata come "importante", e in particolare i comunicati di Rebeldìa e Rifondazione - su quello dei Collettivi non dico, ché il loro senatore ha commesso un "errore infelice" e tanto mi basta - sul nuovo Regolamento universitario che definisce i criteri per l'accesso agli spazi.
Spazi, già, quelli che ci hanno incasinato la settimana, fatto rinviare la pubblicizzazione a dopo Pasqua, impegnato varie ore e tolto la serenità per svariati giorni (almeno a me e, penso, a vonTrotta).
Spazi.
Ma quali spazi?
No, dico, perché semplicemente non ce ne sono.
Ora, qui stanno tutti a sommergere la rete e i giornali di comunicati stampa sugli spazi, ma mi pare che sia andato smarrito il tema che sta a monte degli spazi, e cioè piano edilizio e, evidentemente, piano didattico (leggi: proliferazione di corsi).
La cosa che mi fa tristezza non è il comunicato gioioso di Sinistra per...: loro hanno sempre difeso un'idea di legalità ben precisa, si sono fatti forti, da sempre, di regolamenti e norme, al limite di un'inutile legalitarismo. No, la cosa che mi fa tristezza sono gli argomenti di Sinistra per... e gli argomenti di quelli che contestano la posizione di Sinistra per..., cioè mi fa tristezza la qualità del "dibattito".
Io, si sa, sono materialista e venale. Ma mi sforzerò di immaginare, senza nessun riferimento alla realtà (...), l'applicazione di questo regolamento.
Perché, ladies&gentlemen, l'approvazione del regolamento è cosa dell'altro giorno, dunque penso che qualcosa dobbiamo dire: dopotutto la nostra è la prima richiesta dall'approvazione. Tacere non si può.
Immaginiamo, dunque, che uno voglia fare che so... un convegno. Un convengo, per giunta, sull'università (poffardicinbacco e arcipuffolina, che argomento iperuranico!).
Facciamo una necessaria precisazione: all'università non si parla di università. Oramai è assodato. L'università non è oggetto del sapere universitario. All'università si sintetizzano farmaci, si compongono fratture, si ingessano lavagne, si impartiscono codici, si classificano batteri, si glossano tomi, si calcolano infiniti ma non si fa università. In effetti, il posto più sensato per fare un convegno sull'università, oggi come oggi, è la sede di un quotidiano. Resta, è il minimo, la libertà di chi organizza di chiedere di poter svolgere all'università un dibattito sull'università. Dopotutto i libri si presentano nelle librerie o nelle biblioteche, non presso le tipografie - e questo è vero anche per i libri sulla storia della stampa.
In questo scenario ipotetico, poniamo che cinque persone si mettano alacremente al lavoro e, programma alla mano, inoltrino richiesta per ottenere uno spazio.
Lasciamo stare, per amor di formalità, le promesse informali. Atteniamoci ai fatti.
Tu chiedi uno spazio. Fai la tua bella letterina, lecchi tutto quel che c'è da leccare, metti in calce anche i nomi di qualche amico per "fare massa" e protocolli. Cioè, prima parli con ottantamila persone, poi loro ti prendono la lettera e te la portano all'ufficio protocollo, che dice che tu hai richiesto uno spazio [l'ufficio protocollo è una genialata della burocrazia: serve a sapere esattamente cos'è che è andato smarrito; io, nel 2009, vorrei consegnare una richiesta in portineria e vedermi dato in cambio, da chiunque, un numerino, se necessario, che dice ce l'ho consegnata, senza ufficio: diamine, se la perdono me ne accorgerò!].
Tu chiedi uno spazio, dunque. E' ufficiale: è protocollato!
E loro non te lo danno. Ma questo è un po' meno ufficiale.
Ma non perché siano cattivi - cioè, non solo. Loro non te lo danno perché lo spazio non c'è.
Apriamo una riflessione semantica: come direbbe Kant, lo spazio non può non esserci. In effetti, loro vorrebbero dire che "non ci sono spazi liberi" ovvero che "tutti gli spazi sono occupati". Bello. Cioè, se tutti gli spazi fossero occupati sarebbe anche una sciccheria. In realtà - a parte che se li occupi ti sgomberano - gli spazi sono impegnati. Ora non so voi, ma io quando l'Ateneo non sa usare la terminologia mi preoccupo. Vuol dire che c'è bisogno di umanist_!
Apriamo una parentesi subordinata nella riflessione semantica: impegnati è termine veramente nefasto; con il bilancio corrente, presto gli spazi universitari saranno impegnati presso qualche banca, probabilmente. D'altra parte, non si sono mai sentiti spazi impiegati, mentre sarebbe ancora più lugubre dire che sono già destinati. Si dice forse, cari uffici amministrativi, adoperati, cioè messi in opera? Mah, questo farebbe di Carmignani un soggetto lirico... Insomma, degli spazi universitari, come dell'essere - qui si chiudono entrambe le riflessioni - legetai pollakos [=si dice in molti modi; Aristotele, Metafisica VII, 1028a, 10], tutti imprecisi.
Ironicamente, è proprio nel momento in cui si sa che tutti gli spazi sono impegnati che si inizia ad andare per il sottile. Solo quelli in gestione all'ateneo lo sono; gli altri, che dipendono dalle facoltà, boh.
In questo frangente, infatti, il prezioso ufficio patrimonio ti informa che esistono altri spazi [teoria delle superstringhe applicata] e che si può provare lì. Per fortuna, il gentile personale degli uffici amministrativi, che ben conosce le distinzioni tra ufficiale e ufficioso, ti dice chiaro e tondo che si possono chiedere, per un convegno, le aule magne delle facoltà ma che, tolta Ingegneria che sta più o meno dove ha perso le scarpe il signore (poi di fare un convegno sui saperi umanistici a ingegeria... ok l'ironia, ma il paradosso no!), praticamente l'unico posto che si può chiedere è la sala di Scienze. Il resto è piccolo, o ci sono le lauree, o è peggio che andar di notte, o fanno corsi anche lì. Quindi di' al tuo preside di facoltà di chiamare l'altro preside di facoltà per avere Scienze.
I beg you pardon? La mi scusi? Parliamone: la posso chiedere o è un favore?
No, no, la puoi chiedere, ma se la chiedi sono 200 euro.
Ahhh...
Sorvoliamo, per decenza, sulla prontezza burocratica del mio preside di facoltà.
In sintesi: lo spazio c'è, ma è come se non ci fosse [primo mistero fenomenologico]. Perché il virtuale divenga reale bisogna passare per una forma di dono, cioè per il riconoscimento dell'onnipotenza del mio preside di facoltà, che se un'aula nella facoltà da lui presieduta non è riuscito a trovarla allora poi tanto onnipontente non è [prima aporia politica].
Il convegno, poi, lo famo in Domus Mazziniana, ché per far risorgere l'università ci vuole un sito risorgimentale - e per averla abbiamo mosso mari di lacrime e monti di preghiere.
Resta il laboratorio di preparazione al Convegno.
E' una questione di principio: io il laboratorio pubblico con gli studenti lo voglio fare all'università.
Riparte l'iter.
Per evitare il delirio di protocollare ogni singola richiesta per ognuno degli spazi, uno fa una richiesta per uno spazio in particolare "o per qualche altro spazio disponibile nei dintorni delle facoltà di Lettere e Lingue", che già è una formulazione surreale.
Siccome poi, nel frattempo, è stato approvato il regolamento, la gentile responsabile dell'ufficio ti chiede: "ma voi siete un'associazione riconosciuta?"
"Ehm... no, veramente siamo una banda di sfigati"
[risata] "Così però è più difficile, ci vorrebbe un rappresentante o quindici firme di studenti, voi quanti siete?"
"No, scusi, tra di noi gli studenti sono pochi. Cioè, facciamo venire uno da Stanford e poi mi servono quindici studenti o un rappresentante? Guardi, vedo di trovare la firma di un rappresentante."
"Sì, sennò vai all'uscita della mensa e raccogli quindici firme. Passi e ti do il modulo."
Io, manco a dirlo, vado a mensa, recupero un rappresentante, lo faccio firmare - "ma la mia firma va bene? non ci vuole uno di lingue?" "Eccheccazzo, l'avete fatto voi il regolamento e lo chiedi a me?" - e consegno religiosamente la richiesta, con la firma degli organizzatori più quella del rappresentante, ma la sua in rosso.
Facciamo, in due battute, la morale della favola, ovvero traiamo le logiche conseguenze.
a) Tutti quelli che non hanno duemila euro per chiedere il Carmignani devono solo trovare il tempo di andare a mensa e raccattare 15 firme. Possibilmente di studenti a loro noti. [primo assioma fenomenologico]
b) Se non hai tutto questo tempo, puoi minacciare di morte la madre di un rappresentante e farti firmare da lui la richiesta. Per sovrappiù, digli anche che se lui da solo vale quanto 15 studenti allora ha 14 gemelli morti. Non si riesce proprio a capire perché un rappresentante valga di più [seconda aporia politica].
c) Sinistra per... ha ottenuto quello che voleva perché è riuscita a trascinare tutti sul terreno tecnico, trasformado una questione tecnica aggirabile in un problema politico insormontabile e facendo passare in secondo piano la questione dell'edilizia universitaria. Se, infatti, uno non ha spazio per organizzare un convegno sull'università all'università nei giorni in cui la stessa è aperta, allora l'edilizia *è* la questione in ballo. Sinistra per... ha imposto il proprio ordine di priorità, {rimescolando le priorità reali [secondo mistero fenomenologico] a proprio vantaggio politico} {primo assioma pseudopolitico}.
d) Dopo ottocentomila occupazioni, tutto mi aspettavo dai Collettivi e da Rebeldìa fuorché la politicizzazione di una questione tecnica manifestatasi, quest'ultima, in un regolamento-colabrodo che rende tutto solo più cavilloso. [questo classificatelo da voi, oramai dovreste aver imparato]
e) Cari Collettivi, dio consumista!, va bene che l'Onda ha esteso pratiche di riappropriazione dal basso per l'accesso agli spazi generando conflitto al livello dei rapporti di forza (ahù-ahù-ahù: qualsiasi cosa ciò significhi, non si capisce granché, ndr), ma se siamo cinque sfigati e proprio non possiamo occupare Palazzo Alla Giornata per farci un convegno (che non è che è poco serio, è che non sai se poi i relatori si accollano l'occupazione, ad esempio... e, se sei in cinque, la portinaia di schiocca du' labbrate e ti lascia gemente sull'asfalto del lungarno) esattamente come straminchia facciamo ad accedere a 'sti spazi? [e nota che la risposta "chiedetelo a noi" non vale, perché pone un problema simile a quello di cui sopra con il mio preside di facoltà]
f) Cara Sinistra per..., da dove comincio?
1 - "il regolamento [...] costituisce la base su cui si può ispirare la concessione degli "spazi di facoltà"". Mi state prendendo per il culo. Ci sono abituato. Anche il vostro Senatore. [Anche se ci tengo a precisare pubblicamente che non ci siamo mai presi per il culo a vicenda, se dio vuole] Quindi non mi stupisco ne m'offendo. Però a Scienze vogliono 200 euro. Cos'è "la base a cui si può ispirare..."??? O fate un regolamento che vincola in questo senso anche le facoltà, o dite che le facoltà sono autonome. O fate regolamenti, o vi date all'arte e all'ispirazione. Le cazzate, con tutto il bene che potrei dire io dei cazzi, le cazzate NO. Chiaro?
2 - Esattamente, come dobbiamo farvi capire che esistono in questa città gruppi organizzati di persone che, siccome l'università è tra i principali proprietari di immobili capaci di ospitare iniziative pubbliche, non possono non rivolgersi all'Ateneo e che tali gruppi NON HANNO IL BECCO DI UN QUATTRINO? Per favore, non mi dite che vi serve la lezione sull'accesso democratico agli spazi, ché nel comunicato sembrate avere fin troppa dimestichezza con il concetto.
3 - vedasi la seconda aporia politica
4 - tanto la fattura per tenere aperta Sant'Eufrasia arriva al vostro rappresentante, che ha gentilmente firmato perché, per fortuna, abbiamo rapporti con molti rappresentanti (io, fra l'altro, probabilmente avevo un aspetto e un'incazzatura che avrei fatto fuggire di paura anche i quattro cavalieri dell'apocalisse). Il regolamento voi ve lo siete votato, voi ve lo fate rispettare. Io la portineria non la pago. Sono 17 euro. Per me li potete rimediare anche con un pompino a Migliarino, e ve n'avanzano.
Ah, no, sarebbe una forma di finanziamento a nero...
5 - Non ho capito: devo fare un corso per diventare portiere e pompiere? quanti crediti ci vogliono? devo prendere il ramo professionalizzante del percorso a Y? ma i prof, che fanno lezione, sanno spegnere gli incendi? e, soprattutto, ma secondo voi io mi faccio mandare in vacca un'iniziativa perché due balordi fanno danni? Io vigilo, minchia se vigilo, ma anche se faccio il corso finisce che se due balordi vogliono spaccare un cesso lo spaccano, mica posso reggerglielo quando pisciano! [direbbe un amico: ah, liquidi sprecati! più golden shower e meno scazzottate!]
6 - grazie, avevamo bisogno di un modulo, in effetti, per fare una domanda. Così, quando qualcuno dovrà fare una cosa non presente nel modulo dovremo convocare una commissione spazi che avanzerà una proposta che sarà discussa dal senato accademico per stabilire se quelle modalità e quei termini si configurano come tipologia a sé o possono rientrare in uno dei moduli esistenti... madonna cornuta (siamo tutti figli di dio...) ma possibile che nessuno sappia scrivere una richiesta chiara?
Evidentemente no. Anche perché voi addirittura rivendicate le convinzioni. Che, francamente, con tutto quello che si può rivendicare... cioè, nessuno ve lo nega, che abbiate la vostra convinzione, né nessuno - il cielo ce ne guardi! - ha intenzione di impossessarsene indebitamente, né v'è, nella convinzione, alcuna azione che possa essere rivendicata. L'unica che in questo Paese, con buona pace di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, dell'Accademia della Crusca, di De Mauro e del collettivo Zanichelli, rivendica le proprie convinzioni è Daniela Santanché... capisco, ora, che vi ci vuole un modulo per fare la richiesta. Ancor di più capisco l'urgenza di un convegno che parli di saperi umanistici, dio merda!
ISTRUTTIVA POSTILLA SULLA GIPSOTECA
Una gipsoteca è un posto dove si espongono i gessi. Nel nostro caso, copie in gesso (a varie scale) di opere più o meno note, tavolta calchi di calchi (di calchi...). I gessi di cui parliamo sono quelli oggi esposti presso San Paolo all'Orto (che Orto, mi son sempre chiesto, se lì c'è un parcheggio? Sarà il caso la ribattezzino San Paolo in SUV).
Chi scrive quei gessi li conosce bene, e li ha odiati a lungo. Ammuffivano, inaccessibili, in quella che solo di recente è diventata l'aula studio della mia facoltà. Ricordo discussioni infinite e continui rinvii per il trasloco. Adesso eccoli esposti, ecco l'aula liberata per gli studenti.
La gipsoteca dipende, ufficialmente, dal Rettorato. Come si può vedere sul sito, vi si svolgono incontri regolarmente. Di fatto, la gipsoteca è concessa solo previo parere vincolante del Dipartimento di Archeologia - che possa crollare seppellendo tutte le cariatidi che ivi si conservano. La nostra prima richiesta, protocollata, è stata su quello spazio, perché ci sembrava simbolicamente assai significativo, nonostante le muffe da laboratorio di biologia. Ma no, non è adatto ad attività studentesche, tante volte si rompesse qualche prezioso calco in gesso... (o, forse, tante volte si disturbasse l'habitat delle muffe).
Non abbiamo mai ricevuto un diniego protocollato. Solo una risposta telefonica. Gentile, cordiale, quasi contrita, ma non protocollata. Non sappiamo se il Regolamento, non disponibile online, regolamenti anche la gipsoteca. Parrebbe di sì, eppure ci è stata negata.
In che altro modo far capire che, dove l'ufficiale e l'ufficioso si confondono, ogni regolamento è piegato dal più forte a far valere sempre il proprio privilegio?
Pubblicato da
si-culo
alle
23.25
3
commenti
Link a questo post
Etichette: epica (elementi di), Houston abbiamo un problema, prodromi dell'apocalisse
19.3.09
-17 Emile Durkheim, Carolina Lussana e il canguro
Lo so, state già cercando di incastrare i tre elementi del titolo per capire che diavolo di senso hanno. Metteteci che il sottotitolo di questo post è:
Io vorrei solo dare alcuni suggerimenti, neanche troppo colti, per provare ad interpretare il momento. Sarà prima d'obbligo istruirvi sulla triade.
Emile Durkheim è il padre, universalmente riconosciuto, della sociologia. Alcuni, i più esistenzialisti, lo ricorderanno per Il Suicidio (1897), testo che mi sento di suggerire a tutti gli emo ado-depressi così, forse, scoprono quanto sono schifosamente condizionati, la smettono di frignare e si redimono. Ad ogni modo, l'Opera di Durkheim è Le forme elementari della vita religiosa (1912). Un libro ambientato in Australia. E qui eccovi una mezza idea su cosa ci porti dalla sociologia ai canguri. Questi ultimi, infatti, sono animali totemici ricorrenti nella cosmologia australiana, e quindi immancabili in uno studio sulla religione totemica. Va detto, per amor d'esattezza, che il succoso bruco witchetty è molto più frequente. E il bruco witchetty non ha nessuna relazione con Carolina Lussana.
La trentasettenne parlamentare bergamasca - che milita, manco a dirlo, nella Lega Nord - è nota per le sue battaglie pro-life, sempre a sostegno della Famiglia e della tutela del corpo delle donne, nonché per l'esercizio della prostituzione in quelle che, a tutti gli effetti, tratteggia come case chiuse. Una strana, ma non inedita, commistione di pseudofemminismo autoritario e legalitarismo.
Cosa lega Carolina Lussana, il canguro e Durkheim?
La risposta potrebbe essere tra le vostre gambe.
Si tratta del pene.
No, il legame non è aritmetico: non è che Carolina Lussana non ne ha, Durkheim ne ha uno e il canguro due. No.
Ed eccoci arrivati. All'anello mancante, intendo.
Roba per stomaci forti.
Chi tra voi sta pensando, per via della vaccata col botto, che l'anello mancante sia connesso a qualche americano deficiente che riempie palloncini di scorregge di vacca e poi gli dà fuoco facendoli esplodere ha visto troppi film di Bondi&DeSica.
No, dolcezza, la parola chiave, l'anello mancante, è la subincisione.
Ora, in condizioni normali farei tipo un link dov'è spiegato di che si tratta, ma la faccenda è hard, molto hard. Pertanto sarà il caso di procedere per gradi e garantirvi il giusto distacco.
Torniamo, quindi, a Carolina Lussana. Costei ha proposto, lo scorso 30 aprile 2008 (cioè appena insediata, ndr) ben tre disegni di legge. Quella che ci interessa è la proposta di legge 666. No, non è uno scherzo, si tratta davvero del numero della Bestia, e non avrebbe potuto essere più appropriato, da un certo punto di vista.
Il titolo è: "Modifiche al codice penale concernenti la disciplina dei reati di violenza sessuale nell'ambito dei delitti contro la vita e l'incolumità individuale". L'articolo 13 comma 1 introdurrebbe nel codice penale il "trattamento farmacologico di blocco androgenico totale, previa valutazione da parte del giudice della pericolosità sociale e della personalità del reo, nonché dei suoi rapporti con la vittima del reato", che per noi comuni mortali sarebbe la castrazione chimica. Che per noi maschietti fa abbastanza 666. La questione è tornata alla ribalta recentemente, in particolare nel dibattito sul pacchetto sicurezza e relativi emendamenti. Bocciato, l'emendamento della Lega verrà riproposto nel ddl sui reati di violenza sessuale. Ma, come potete leggere nell'articolo della Stampa appena linkato, con un'interessante variante: salvo i casi di obbligatorietà di cui al comma 2 (recidiva e pedofilia), non starà alla discrezionalità del giudice stabilire la castrazione chimica, bensì alla volontà del condannato che, in buona sostanza, potrà commutare parte della pena detentiva in pena corporale.
E qui torniamo alla subincisione. La pratica, che Durkheim non esita a definire a più riprese "dolorosa", può oggi andare sotto il nome tecnico e pulitamente greco di meatotomia, ovvero l'incisione del meato urinario. Ma la subincisione è, appunto, sub- e non semplice -tomia. E qui l'immaginazione ha delle difficoltà: se piscio dal buco in cima, capisco che per farmi tipo uscire un enorme calcolo magari fanno una meatotomia, ma la subincisione dove la fanno? dentro? Sotto? Ma sotto cosa? Ulteriori ricerche (segnatamente l'apposito dizionario di antropologia Fabietti-Remotti) parlano di "incisione del pene dallo scroto al meato uretrale", e uno, immediatamente, pensa a un buco. Perché far percorrere alla pipì tutta la strada su per il pene quando uno può farsela sui piedi praticando un comodo forellino alla base? (magari da decorare con una perlina/tappo o sonasègaìo). Ok, pacifico che i popoli del mondo hanno abitudini assurde (tipo portare a spasso i cani o indossare scarpe con tacchi di 15 cm), ma questa proprio non mi tornava. Così, visto che continuavo a non visualizzare la subincisione, ho tentato un approccio meno teorico e più "sul campo". E visto che nel Queensland non c'è il WiMax, mi sono rivolto ai neotribali, comunità - online e non - di gente dedita a pratiche come il tatuaggio, il piercing e il branding. Ero certo che avrei trovato dei rilievi fotografici della cosa, e infatti finalmente scopro in che consiste, in pratica, 'sta benedetta subincisione.
Non era la definizione del dizionario ad essere poco chiara, è che la pratica ha davvero dell'incredibile.
Un pene parzialmente subinciso risulta così:

Poiché la pratica è graduale e il sangue genitale, presso gli aborigeni, ha un valore particolarmente sacro, nel lungo periodo il pene si trasforma.



Ma se la trattazione che ne dà BMEzine (Body Modification Ezine) nel suo wiki mantiene il tono piano di uno strumento comunque enciclopedico, i riscontri neotribali sono assai più interessanti. Nel numero 15 del PFIQ (Piercing Fans International Quarterly, il trimestrale internazionale dei fan del piercing) Carl Carrol, scriveva:
[La mia decisione di rimodellare chirurgicamente i miei genitali fu deliberata, di grande soddisfazione, altamente eccitante, sessualmente avventurosa ed eroticamente esilarante... Si conservano delle piene erezioni, come in precedenza, ma adesso in due metà separate e complete. Le zone erotiche del mio pene sono sempre le stesse, con orgasmi ed eiaculazioni che funzionano perfettamente. L'ingresso nella vagine richiede un certo supplemento d'impegno per l'inserimento, ma una volta che il mio pene è all'interno, il suo effetto aperto sui tessuti interni della vagina è più accentuato, dando migliori sensazioni orgasmiche femminili]

Per Carrol, dunque, si tratta di una pratica che potremmo definire edonistica. Diversa, invece, la posizione di jack6. Per intenderci, si tratta dell'uomo che ha pubblicato la foto del proprio pene completamente bisecato (e il coltello), intitolandola Selfdone with lust. Jack, secondo la sua bio, è un uomo tedesco sposato, di 60 anni, con 4 figli. In una discussione sulla glandectomia, alla domanda "perché lo fate?", risponde:
Penso che vi siano poche ragioni. Per quanto mi riguarda ho il desiderio di modificare e tagliare i miei attrezzi sessuali. Da ragazzino ho staccato pezzi del mio lungo prepuzio e la cosa era molto hot ed eccitante. Sempre, nella mia vita, era meraviglioso pungere con degli aghi la pelle del sesso, il cazzo e le palle. Era contemporaneamente meraviglioso e rilassante. Ma io l'ho soltanto tagliato in due metà. Rimuoverne pezzi - ne ho paura, ma sento che il desiderio esiste. Talvolta lo sogno, che mia moglie tagli via le mie palle durante l'atto sessuale. L'immagine è molto hot e folle per me!!! E un cazzo senza ghianda è molto eccitante per me e credo anche per altri. Così hanno il desiderio di sessioni di rimozione finché la loro regione pubica non è liscia come quella di una donna, penso. Un'altra ragione potrebbe essere, che il cazzo sarebbe più duro senza ghianda, perché sarebbe necessario meno sangue per riempire il cazzo. E quando sarai più anziano, realizzerai che la durezza e durata del tuo cazzo su lunghi periodi di sesso non è così facile come da giovani!!! Così la ghianda mancante rende il cazzo più pieno e più duro.
Se Carrol pensa al piacere della partner, jack6 è centrato sul proprio. Carrol fa degli esperimenti, jack6 continua a fare quello che faceva, portandolo sempre un po' oltre. Ciò che, a mi modo di vedere, li accomuna è la trasformazione del pene in organo esclusivamente sessuale. La minzione in piedi è impossibile, ci si deve sedere. L'uretra perde di funzionalità. L'eiaculazione è presente, ma senza schizzi e, al limite, il pene subinciso è in grado di accogliere in sé l'orgasmo femminile. In questo si torna al canguro, il cui apparato genitale, come abbiamo detto, non è anche apparato urinario. Così il pene bifido del canguro si avvicina molto all'organo di quegli uccelli (come cigni e anatre) che non si riproducono mediante la semplice estroflessione della cloaca. Tale organo, in inglese lo chiamano phallus, in francese pseudo-pénis o semplicemente pene, come in italiano. Nella denominazione inglese/latina, prevale quindi la volontà di sottolineare la distizione di funzioni tra il pene e il fallo a tutto vantaggio del suo uso sessuale e del suo valore simbolico (serve richiamare Leda e il cigno?). Quale che sia la denominazione, il punto interessante è la trasformazione dell'organo per l'incremento del piacere erotico, proprio o del partner.
E qui arriviamo a Carolina "666" Lussana e alla castrazione volontaria.
Mettiamo da parte gli eunuchi, mettiamo da parte la costruzione di potere pubblico e il suo rapporto con evirazione, castrazione e altri atti di "mortificazione del corpo"; mettiamo da parte, per amore di omogeneità categoriale, tutto ciò che è atto di conversione, di sacrificio di un "capitale simbolico" in capitale d'altro genere, speso spesso per ottenerne effetti pubblici o politici. Mi interessa la continuità, la modificazione dell'organo sessuale entro un'attività concepita come attività di piacere sessuale.
ciao
sono olandese, slave 24/7 da ormai quasi dieci anni. ho molti piercings e tatuaggi, principalmente genitali. il mio master vuole che io adesso sia castrato e vuole sostituire le mie noccioline [nuts] con delle palle di ferro, o semplicemente tagliare via del tutto il mio scroto. Ma prima vorrebbe, come precedente, rimuovere i miei capezzoli. Probabilmente quando lo si potrà fare e le condizioni fisiche non avranno troppo impatto vorrà anche che il mio cazzo sia rimosso. Non vogliamo fare esperimenti e vogliamo che sia fatto da un chirurgo espero in una klinica e non avere problemi con le autorità. qualcuno ha dei suggerimenti su cliniche o ospedali dove realizzano queste richieste [?]
Questo è hans, in una richiesta del 31 gennaio. Tre settimane dopo ci scrive che:
ciao gays grazie per il consiglio
Il mio master ha studiato ed è in contatto con varie persone dalla grecia all'estremo oriente. Nell'est è in contatto con un ricco gay che vuole pagare un buon chirurgo a patto che tutti i miei genitali siano rimossi e che li si consegni successivamente a lui. Vi dirò di più del piano del mio master in privato. L'operazione può essere fatta gradualmente dal momento che sono ancora a disagio rispetto all'idea di perdere anche il mio cazzo. Be' non mi è stato consentito di eiaculare negli ultimi anni ma mi sento ancora un uomo. Le estremità dei miei capezzoli verranno rimosse a breve
per adesso
Se c'è almeno una cosa che emerge è che la volontà è relazionale, e non individuale. In questo caso particolare, la circolazione del denaro e quella del piacere si trovano in un paniere economico misto da cui l'unica persona esclusa - e forse non è un caso - è il medico, il solo a cui il piacere sia negato e, contemporaneamente, il solo a compiere un'azione riconosciuta come lavoro che valorizza, economicamente, i genitali mediante l'intervento di asportazione a beneficio della coppia slave/master.
Il détournement ironico m'impone di sollevare una questione: care le mie signore del PD (e anche i miei signori del PD), com'è possibile che, nel vostro sconfinato relativismo culturale e nel vostro immenso liberalismo, definiate "barbarie" la proposta dell'on. Lussana? Se lo stupratore fosse un aborigeno che fareste? Se fosse uno slave? Se lo slave fosse stato costretto a stuprare per ottenere la castrazione chimica? E via ipotizzando...
Una seconda questione riguarda Fini e, in generale, la destra. Consapevoli, ben consapevoli del fatto che molti stupratori sono padri e mariti italiani, c'è un nesso tra la loro ferma opposizione all'emendamento della Lega e la tradizione virilista di cui i nazionalalleati sono portatori?
Infine, veniamo alla nostra Lussana. Che posizione occupa nella circolazione sessuale la volontà castratrice e autoritaria che lei stessa incarna? Che eros esprime Carolina Lussana? Che atto sessuale è in corso tra stato e cittadini? Queste, le rivolgo al buon fastidio, più acuto e versato di me a impostare meglio le domande e tracciare, spero, delle risposte.
Pubblicato da
si-culo
alle
12.58
9
commenti
Link a questo post
Etichette: epica (elementi di), ipotesi di lavoro, partito democratico
16.3.09
Telecom Italia e il Diritto
Invece no, scrivo una cosa sul mio piccolo, sul mio piccolissimo, dal mio microcosmo.
Il post precedente di questo blog rimandava ad un incipit scritto per partecipare a un concorso e pubblicato su un altro blog creato appositamente.
Già le modalità di partecipazione e di voto potevano sollevare dei dubbi e delle perplessità: la lunga trafila di registrazione, l'inserimento dei dati (peraltro facilmente falsificabili), la creazione di pagine e profili erano chiaramente volti a gonfiare artificialmente il numero di utenti di Virgilio, con le ricadute statistiche, e quindi di peso relativo sul mercato web italiano, che tutt_ potete immaginare.
Il 5 marzo si chiudono i voti. Il 6 abbiamo saputo quali racconti sono stati selezionati e passano alla fase successiva. In attesa di commenti e suggerimenti da parte della "e-guide" (tale Linda di ScuolaHolden), oggi lunedì 16 marzo mi arriva un'e-mail in cui mi si chiede di firmare una liberatoria.
È normale, credo, in qualsiasi concorso, che si accettino termini generali di un contratto. È altrettanto normale che l'opera vincitrice, premiata in denaro, sia contestualmente obbligata alla cessione dei diritti agli organizzatori: per un esordiente spesso un premio è più di quanto si otterrebbe con la vendita o dei contratti editoriali. Fin qui, pur restando tutte le critiche alle politiche del diritto d'autore, lo scambio mantiene una parvenza di equità.
Ma andiamo a noi. In teoria io entro il 15 aprile dovrei consegnare il resto del testo. A oggi non ho ricevuto una riga di "suggerimenti" dalla "e-guide". Leggo la liberatoria. Anzi, potete leggerla tutta qui, ma io riporto gli elementi salienti:
1) di cedere sin d'ora a Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura con sede in Roma, via dei Magazzini Generali 20/A e a Telecom Italia S.pA., con sede in Piazza degli Affari, 2.20123, Milano (di seguito "i Promotori"), per tutto il mondo e senza limitazioni temporali, in via esclusiva, ogni e qualunque diritto di sfruttamento, in qualsiasi forma e con qualunque mezzo, presente e futuro, ed in particolare: di riproduzione, adattamento, pubblicazione, diffusione, esecuzione e rappresentazione in pubblico, comunicazione al pubblico, messa a disposizione del pubblico, distribuzione, traduzione,
Il punto è duplice, un'endiadi concettuale: IO non posso più riprodurre, diffondere, adattare, elaborare. SOLO TELECOM può farlo. E questo da adesso, cioè indipendentemente dall'esito e relativamente a 25 opere (per 4 sezioni di concorso, fa 100 opere).
Penso che si chiami "lavorare gratis".
Io se lavoro gratis lavoro per la collettività, non per il privato.
Il privato paga. È il mercato, bellezza.
O no?
Nota - gratuita - per il ramo marketing della Telecom: siete i soliti provincialotti e sperate, come sempre, di aggirare l'utente con lo spaventoso giuridichese. Così funzionerete sempre meno bene della concorrenza: cose come YouTube o xTube funzionano - remunerazione o meno - perché il narcisismo dell'utente che diventa produttore di contenuto è completamente soddisfatto. La gioia di essere in vetrina fa il paio con la tutela della proprietà, ovvero la consapevolezza che posso rimuovere, modificare, riprendere, copincollare, smontare e rimontare quello che ho messo su un sito. Se decidete di impossessarvene a priori la struttura inizia a scricchiolare. Mettere questi contenuti sotto chiave, poi, è una pratica di senso inverso e opposto a quello in cui marcia la Rete. La Rete è anche diffusione senza controllo, è possibilità di citare all'infinito, di diffondere sorgenti, link, file. È godimento nell'esibizione di sé. Persino da quest'ottica impolitica, dunque, la possibilità di non vincere e per ciò stesso veder finire il proprio lavoro in qualche archivio telecom sotterraneo, sotto chiave e inaccessibile a me stesso, me autore, me creatore, me superegoico generatore dell'Opera, è il più terribile degli spettri. Se non vi siete accorti di questo, evitate di fare i concorsi a tema "una generazione avanti". Risultate ottocenteschi.
Pubblicato da
si-culo
alle
15.17
6
commenti
Link a questo post
Etichette: Houston abbiamo un problema, ipotesi di lavoro
13.2.09
L'incipit
UPDATE DEL 23/02
Ecco i dettagli per votare
1. Aprire Internet Explorer (con Firefox tentatela e in bocca al lupo, ma non è detto che funzioni)
2. Registratevi a virgilio su http://registrazioni.alice.it/ML/form?urlRitorno=http://romaeuropawf.myblog.it/
Dovete inserire un alias/nickname e una password collegati alla vostra casella di posta elettronica. Vi viene inviata una e-mail all'indirizzo che avete dato. Quindi aprite la vostra casella di posta, leggete l'e-mail di virgilio e cliccate sul link per confermare che siete proprio voi.
3. Andate sul sito http://romaeuropawf.myblog.it
4. Sotto i pulsanti rossi c'è una striscia grigia e, sulla destra, la scritta "Login" o le scritte "Profilo - Logout".
4.a Se appare "Profilo - Logout" andate al punto 5.
4.b Se appare LOGIN, cliccate. Viene caricata la pagina di login, inserite e-mail e password, e poi cliccate su Login. La barra cambia e compaiono le scrite "Profilo - Logout"
5. Cliccate su "profilo" e confermate i dati. Questo significa che potete inserire un po' quello che vi pare nei vari campi del modulo (che siete Rita Levi Montalcini e abitate a Cuneo, che il vostro numero di telefono è 610610610 etc...), basta che l'indirizzo e-mail sia sempre lo stesso. Confermate la modifica dei dati. A questo punto siete finalmente dentro e potete votare.
6. Andate alla pagina prescelta e votate. La pagina prescelta è quella con il mio incipit :D http://romaeuropawf.myblog.it/archive/2009/02/16/%C3%A8-ora-di-alzarsi.html
Trovate le stellette in un riquadro sotto al testo. Ci vorrà qualche secondo perché siano caricate. Accendetele possibilmente tutte cliccando direttamente sulla quinta! (non cliccatele una alla volta sennò mi arriva l'ennesimo 1 "di ripicca").
7. Poi, siccome ci sono anche un sacco di schifezze, potete stroncare qualcuno a piacere appioppandogli un uno. Gli altri incipit li trovate qui:
http://romaeuropawf.myblog.it/?pg=most_voted_cntr.php?c=3
Basta che non ve la prendete con l'autore di "Pro.Co. (professional corpse)" che è di Lazzaro/2 alias elealazzaro alias Nico, con l'autrice del "Compianto per Bianca morta" o con "All'inferno non ci siamo fatti poi tanto male" che sono più che dignitosi. Anzi, se volete votateli così non dico che risolleveremo le sorti letterarie del Paese, ma almeno avremo un concorso come si deve.
UPDATE del 16/02
Hanno messo il link. Prima si sono mangiati la prima riga di testo, poi hanno ripristinato.
Inutile dire che la lotta è spietata e ho collezionato 8 voti, di cui ben 6 sono un 1... non avevo fatto i conti con il narcisismo degli scrittori (che poi sarebbe anche il mio, ma uno dà qualche garbato "2" giusto in una breve fase della sgomitata, poi si inizierà a votare con un po' di obiettività e fair play o no?)
Vabbe', lo trovate qui
---post originale---
Questo post non c'è.
Cioè, sta da un'altra parte.
Ok, giungo e mi spiego.
Sto partecipando a un concorso letterario.
Per partecipare devo scrivere un incipit.
Fatto.
Per inviare l'incipit, devo pubblicarlo su un blog di myblog e girare alla redazione l'indirizzo del blog.
Fatto.
Quindi l'ultimo post lo trovate qui. E se vi piace mi fareste molto contento votandomi: avere dei buoni voti è uno dei modi per passare alla fase 2 del concorso.
Savasàn che per votare vi dovete registrare, quindi non vi massacrerò i cosiddetti chiedendovi disperatamente di farlo. Però se un po' mi avete stimato, magari...
Pubblicato da
si-culo
alle
20.19
15
commenti
Link a questo post
Etichette: ipotesi di lavoro
26.1.09
Souvenir d'Italie
Se ti stuprano, quindi, è colpa del tuo chirurgo estetico e, in generale, del tuo sporco tentativo di aderire al modello estetico dominante. Oppure sei nata così e allora è sfiga. D'altronde si sa che la bellezza italiana provoca. Ma a tali provocazioni il milite italico è immune, poiché sessualmente appagato in quanto a sua volta gnocco per definizione.
Insomma, come la giri la giri, noi maschi non c'entriamo niente.
Pubblicato da
si-culo
alle
9.40
3
commenti
Link a questo post
Etichette: orme anali
19.11.08
-18 Le spine senza le rose
Ora io mi chiedo, e chiedo a te, ma le spine dove stanno?
Già.
La rosa senza spine e le spine senza rose.
Mah.
Mi prende la perplessità. Insomma, voglio dire: bisogna controllare, tante volte uno sulle spine ci cascasse. Sai che male? Alla fine mi son messo a cercare, ché dal dubbio non dormivo. Finché una sera, furtivo, aggiro il prestigiatore e quatto quatto nel retro m'infilo.
Stupore!
Delle spine non c'è traccia.
Ohibò, penso, e Alla faccia!
questo è proprio uno stregone,
altro che prestigiatore!
Così però mi prende il timore che lo stregone m'abbia visto coi poteri, gli occhi dietro la testa o quelli di un topo amico tra le pieghe del tendone. Vabbe', mi dico, tanto fuori fanno festa e il danno è fatto: tanto vale pedalare, continuare a rischiare, indagare, spiare e magari riuscire a copiare 'sta magia della rosa senza spine.
È tutto un caos di pozioni e flaconi, fusti e bidoni, casse e cassoni. Ma spine niente. Non una in terra, dietro un fiasco, su di un alambicco, nel pestello. Né però trovo le rose. Magari un petaluzzo, una fogliolina, stami, pollini o boccioli. Niente.
Ma allora ditelo no? è un prodigio! non c'è trucco e non c'è inganno! Signore e signori, lui dal nulla crea le rose senza spine! Due dosi d'ingredienti et voilà, una rosa apparirà.
Ma che usa che usa che userà mai questo stregone? E mi metto lì a rovistare tra i volumi, ci saranno pagine di incantesimi, ricette di magia, apritisesami e abracadabre. Trovo elisir di gioia e fiaschette di godimento, mantelli dello splendore e stoffa delle tasche piene, c'è il minimarket delle meraviglie - per chi se le può permettere, beninteso.
Ma io voglio gl'ingredienti!
Eccola lì, la cassa di ferro vellultato con scritto INGREDIENTI spalancata davanti ai miei occhi mentre lui è fuori a fare i suoi prodigi e intascar quattrini. Piena di barattoli, con le componenti base della magia davanti a me. Li tiro fuori uno dopo l'altro, incredulo, sempre più stupito.
E poi nel secondo, a grana fine, polvere di contratto, biancastra e fragile.
Il terzo è grosso e pesante, sembra petrolio ma vibra come un fischietto. Leggo:
distillato di paura nel buio urbano desolato
Col cuore in gola continuo, un barattolo che ronza e fischia e trema sembra vuoto, l'apro. È eco di grida domestiche. Ho i brividi al cuore.
Ci sono fumi di speranze infrante. Nella scatola di legno trovo cuore di mamma, a pezzettini. Ecco brandelli del morto bianco. Stillicidio del degente. Succo di cervello in cattività. Raccolti su uno schermo trovo gli occhi di bambina incantata. E questa lunga striscia, che non capisco che sia... sessanta centimetri di vita.
Ceneri d'accampamento.
Ultima esalazione di pensionato strozzato.
Vapori di risparmi.
Essenza di affetti stroncati.
Eccoli gli ingredienti della gioia dello stregone.
Quante spine per un trucco da prestigiatore.
Pubblicato da
si-culo
alle
13.46
4
commenti
Link a questo post
Etichette: epica (elementi di), Houston abbiamo un problema, orme anali, racconti narrazioni cose
24.10.08
133 morte bianca
studio per un cherubino
acqua, cellophane, imbottitura di piume, finto sangue, nastro, 133 scarti di macelleria
courtesy of Lazzaro&Lazzaro avemariagratiaplenadominustec_ (Firenze, 1999)
Cherubino, s.m.
1 TS teol., nell’Antico Testamento, angelo che ha il compito di intercedere presso Dio | al pl., spec. con iniz. maiusc., secondo la concezione medievale dell’universo, le creature celesti che costituiscono il secondo coro del Paradiso.
2a CO estens., angelo, raffigurato spec. con la chioma bionda e le ali aperte; avere una testa da c.: avere i capelli biondi e ricci.
2b CO fig., bambino o fanciullo di bellezza delicata.
Oltre che simbolo dell'ateneo pisano, ne è il suo massimo riconoscimento accademico. Qui lo abbiamo liberamente reinterpretato alla luce della riforma in atto. Senza alcuna ironia: non c'è niente da ridere.
Pubblicato da
si-culo
alle
14.18
2
commenti
Link a questo post
Etichette: granelli, neologismi
4.10.08
Favola del Fiorco e della brufagna
C'era una volta, in un paese piccolo piccolo, un villaggio chiamato Mora. Mora era un posticino come tanti altri, pieno di gente che più o meno lavorava, che più o meno stava bene, che ogni tanto litigava ma che in fondo, sotto sotto, si amava. Ma Mora era un po' speciale, perché appena fuori dalle sue mura abitava il Fiorco.
Il Fiorco era tenuto un po' in disparte dagli abitanti di Mora perché era pur sempre uno strano: l'incrocio tra un fiore e un orco è infatti cosa ben rara, si sa. Loro lo avevano in simpatia, e lui in effetti spesso li divertiva e allietava le loro giornate e, soprattutto, le loro serate con piccoli spettacoli e qualche graziosa opera d'arte. Nell'intimo, però gli abitanti di Mora erano un po' diffidenti, perché il Fiorco non gli somigliava affatto: innanzi tutto era un po' più bello di tutti loro, e così i giovani di Mora erano un po' invidiosi, e poi lui ogni tanto scompariva, se ne andava via con altri Fiorchi e nessuno sapeva che facessero insieme. In effetti, era difficile credere che ci fossero altri Fiorchi: a Mora tutti pensavano che il Fiorco fosse solo lui, così quando si allontanava dicendo che andava a trovare altri amici Fiorchi tutti diventavano un po' sospettosi.
Finché il Fiorco un giorno non andò al municipio di Mora e chiese di diventare anche lui un abitante di quel villaggio. Perché col tempo chiaramente il paesino era cresciuto e ora le case erano così vicine alla sua che il Fiorco si sentiva un po' parte di Mora.
La capa dell'ufficio Residenze del municipio era all'epoca la signorina Pompi, Mara per gli amici che la chiamavano per nome. Era lei a seguire tutta la burocrazia degli abitanti, e sin dall'inizio la sua precisione e il suo rigore l'avevano resa famosa: la Mara di Mora era nota in tutti i villaggi vicini per la sua efficienza. Era anche troppo efficiente. Il pescivendolo dovette quasi chiudere perché la signora Pompi diceva che il puzzo del pesce dava fastidio ai passanti, il fioraio dovette trasferirsi vicino al pescivendolo per coprire il suo odore, e infine il farmacista fu messo a produrre calmanti sottocosto per tutti e due. Insomma, presto fu chiaro a tutti che la Mara non solo stava approfittando della sua nuova posizione nell'assegnare alloggi, case e residenze, ma stava anche facendo un gran caos, così fu subito ribattezzata L'Amara Dimora. Nessuno però osò dire niente, perché lei nel frattempo era diventata la preferita di Nato, un tipo così carino e così educato che il suo parere contava moltissimo a Mora e al quale piaceva tutto quell'ordine pensato dalla Pompi.
Quando il Fiorco se la trovò davanti fu preso un po' dallo sconforto. Lei gli disse subito che, essendo dopotutto uno straniero, non poteva diventare un cittadino come tutti gli altri. Era necessario che facesse qualcosa di speciale per fugare i sospetti di tutti gli altri abitanti di Mora. Il Fiorco pensava, pensava, pensava e non gli veniva in mente niente, niente di niente: lui faceva solo spettacoli e opere d'arte! Scrisse un'opera per celebrare Mora, e niente. Dipinse un grandissimo quadro di Mora, e non bastò. Non funzionarono poesie, odi, canti, sculture né tragedie corali alla maniera degli antichi né progetti di palazzi alti come montagne. La Mara gli diceva sempre che non bastava e così il Fiorco era sempre più abbattuto.
Finché non scoppiò un'epidemia di brufagna.
Bisogna dire che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata la brufagna, ma nessuno in realtà se l'aspettava. Le brufagna colpì tutti indistintamente, colpì persino Nato Re (Re era il cognome di Nato, anche se non l'abbiamo detto prima) e tutti i notabili di Mora e nessuno fece più vita. Non era una malattia grave, solo non ci si poteva sedere più. Perché la brufagna faceva spuntare tantissimi brufoloni proprio sul didietro, così fastidiosi e sensibili che il minimo strofinìo era subito un dolore lancinante, di quelli che ti fanno veder le stelle. Tutti, a Mora, dovevano stare in piedi. E si capisce quanto può esser stancante stare sempre in piedi, e quanto s'innervosissero gli abitanti. In poco tempo a Mora erano tutti diventati litigiosissimi. Ma non il Fiorco. Il Fiorco aveva la soluzione, così per ingraziarsi la Mara e avere la cittadinanza andò dal signor Re, così influente, e gli mostrò la soluzione. Non aveva una cura per la brufagna, ma aveva un coso per stare seduti senza poggiare il sedere.
“E come fai?” gli chiese Nato facendo tanto d'occhi.
“Uso questo!”, e il Fiorco tirò fuori un affare di gomma, lungo lungo e con una ventosa per attaccarlo un po' ovunque “Con la ventosa lo attacchi da qualche parte e poi lo stringi fra le natiche, lì in mezzo dove non vengono i brufoloni, così puoi stare appoggiato e non tocchi mai la sedia. Non curerà la brufagna, ma finalmente tutti si potranno riposare!”
“E come si chiama?”
“Boh, gli amici Fiorchi che me l'hanno fatto conoscere lo chiamano dildo”
Nato fu subito entusiasta della proposta, afferrò il dildo e chiamò subito Mara perché gli assegnasse un terreno per una fabbrica. Lei chiese in cambio un accordo e fecero una joint-venture e si costruirono le Re Nato&Pompi Mara Industries e la Pompi-Nato Distribution Ltd., che produssero e distribuirono decine di dildo chiamandoli “DildoRè”, così, tutto attaccato.
In un attimo a Mora non si parlava d'altro che dei DildoRè. Tutti li compravano, ognuno aveva il proprio. Ce n'erano attaccati alle sedie, agli sgabelli, alle poltrone, ai divani e persino ai muri per potercisi appoggiare. Era tutto uno strizzar di natiche. Fu così che, stringi che ti stringi, il muscolo iniziava a dolere, e più il muscolo s'affaticava più si rilasciava, e più si rilasciava più il DilDoRé premeva, premeva lì, proprio lì tra le ch... sull buco del c... be', sì, insomma, avete capito. E la gente di Mora già si stava arrabbiando con Nato e Mara per avergli venduto una cosa che non funzionava proprio, che aggiungeva strazio allo strazio, e Nato e Mara scaricarono subito la colpa sul Fiorco: “E' stato lui ad avere l'idea, lui e i suoi amici Fiorchi che gliel'hanno suggerita”.
E così il Fiorco non ebbe la sua cittadinanza e anzi gli fu detto che era pricoloso per quelli di Mora, e che adesso sarebbero stati ancora più sospettosi. Gli abitanti si tennero la loro brufagna e la loro diffidenza, tutti sempre dritti e sempre stanchi e sempre a litigare. Gli unici che c'avevano guadagnato erano Nato e Mara, che adesso erano ricchi sfondati e se la godevano alle spalle di tutti quelli che avean preso per... i fondelli!
Pubblicato da
si-culo
alle
12.26
2
commenti
Link a questo post
Etichette: epica (elementi di), racconti narrazioni cose











